La tragedia di Monaco!

busby babes

Perché rischiare il decollo? A Monaco di Baviera nevica fitto, il bianco fagocita tutto, il gelo morde tutto. Invece nella cabina di comando i piloti azzardano ancora la manovra. Qualcuno ha fatto pressioni, qualcuno spinge per partire lo stesso, qualcuno dello staff dello United non si rende conto del pericolo. Alle porte per loro c’era solo il Wolverhampton, per una sfida cruciale nella corsa al titolo inglese. E allora occorreva far rientrare la squadra il prima possibile, per prepararsi al meglio alla partita. Il 6 febbraio 1958, alle ore 15:04: il volo Be 609 della British European Airways, un modello Elizabethan rinominato “Lord Burleigh” tenta di decollare per la terza volta. La pista è coperta di neve, alla stazione di controllo scuotono la testa, hanno sconsigliato la partenza, hanno detto che conviene aspettare. Niente da fare. Il pilota Steve Rayment e il capitano James Thain, un uomo che aveva al suo attivo moltissime ore di volo come ufficiale della Royal Air Force, ci provano. Si fidano della loro esperienza, nonostante l’evidente difficoltà. E poi, cazzo, quelli vogliono andarsene, non sanno cosa significhi pilotare un aereo, ma vogliono andarsene. Neve o non neve. L’apparecchio lentamente comincia a rullare. Infila la pista, porta il motore al massimo, inizia a muoversi. Si alza a fatica, i motori non raggiungono la potenza necessaria. È colpa delle cattive condizioni atmosferiche, è colpa della pista innevata, è colpa della pessima visibilità, è colpa di una sciocca frenesia. Quando l’apparecchio giunge a non più di dieci metri dal suolo, perde quota, piomba verso terra. Il carrello non ancora completamente rientrato, urta una macchia d’alberi, il velivolo scoperchia una casa e termina la sua follia sul fianco di un capannone adibito al deposito di olio e carburanti. E’ un attimo. Rapido e maledetto. Immediatamente si sprigionano fiamme altissime, l’aereo diventa una carcassa di fuoco, le ali si staccano facendo esplodere uno dei motori. La fusoliera resta integra e molti membri dell’equipaggio riescono a uscire fuori e provare fra i frantumi a soccorrere gli altri meno fortunati. Poi arrivano i primi mezzi di soccorso, le prime sirene, i primi urli strazianti nel fumo nero sotto un cielo marmoreo. L’aereo proveniva da Belgrado. Era stato affittato dal Manchester United come “charter” per trasportare la squadra campione d’Inghilterra a giocare la partita valevole per l’andata dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa. L’incontro era finito 3-3 e gli inglesi avevano ottime chances di guadagnare le semifinali. Le autorità tedesche, dopo una breve e superficiale investigazione, attribuirono la causa dell’incidente alla presenza di grandi quantità di ghiaccio sulle ali, e naturalmente ai piloti responsabili della fatale decisione. Ci vollero circa dieci anni prima che le reali dinamiche dell’incidente fossero accertate. Come per la maggior parte dei velivoli “High Wing”, la fusoliera era posizionata molto in basso, ed il fatto che la neve sciolta venisse lanciata in aria dalle ruote rendeva il mezzo particolarmente vulnerabile. In quel periodo non si conosceva ancora molto riguardo a questo genere di problematiche. La pista di Riem (il nome dell’aeroporto tedesco) non era ben drenata e vi si potevano formare larghe pozze che ovviamente con la bassa temperatura diventavano strati gelati lunghi e critici. I rilievi sul momento furono poi ostacolati da quattro pollici di neve caduti fra il momento dello schianto e l’arrivo della squadra investigativa. Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in nazionale da quattro anni, il centravanti Tommy Taylor che stava progettando il matrimonio con la sua fidanzata e quella mattina al telefono le aveva detto: “Prepara una bella birra che sto arrivando amore mio…” . Persero la vita anche il giovanissimo mediano Eddie Colman, vent’anni e già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo, l’ala sinistra David Pegg, Billy Whelan, eccezionale attaccante irlandese che pare morì con la fede cattolica nel cuore se c’è chi giura che prima del cedimento racconta di averlo sentito gridare «Dio sono pronto!». A Dublino per i suoi funerali si presentarono in 20mila. Stessa sorte per il gigantesco stopper Mark Jones; lui lasciò a casa ad aspettarlo invano una giovane moglie e un bimbo piccolo. Un’assenza che distrusse il cuore dell’amato Rick, un labrador nero che si lasciò morire qualche giorno dopo la fine prematura del suo padrone. E poi il terzino di riserva Geoff Bent, uno che diceva sempre di essere allergico ai viaggi aerei: “Mi fanno sanguinare il naso”. Alla fine si era piegato alla volontà del “mister” ed era partito per la sua ultima trasferta. Oltre ai sopracitati giocatori, morirono l’assistente Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley ed il segretario Walter Crickmer, nonché i giornalisti Archie Ledbrooke del “Daily Mirror” e Frank Swift, l’ex grande portiere diventato cronista dopo aver abbandonato l’attività agonistica. Un ottavo membro del gruppo si arrese dopo due settimane di agonia. Il suo nome evoca da solo la leggenda: Duncan Edwards. Ventun anni, eppure già titolare fisso in Nazionale e con un futuro radioso davanti. “The Tank” andò a segnare reti in Paradiso. Poco prima di salire a bordo trovò il tempo di spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che forse per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. Il telegramma arrivò a destinazione alle diciassette di quel pomeriggio quando Edwards, sdraiato su un letto d’ospedale a Monaco, affrontava la sua partita contro la morte. Un ragazzo d’acciaio, capace di reggere anche quattro incontri a settimana, non voleva mollare. Con le costole frantumate, un polmone perforato e la gamba destra spezzata, Duncan sibilò al dottore: “Quante possibilità ho di poter giocare la settimana prossima?”. Molly, la sua fidanzata gli tenne forte la mano fino alla fine, e rimase così, a vegliarlo, fino alla notte del venerdì quando si spense per sempre. Fu una seconda morte per Manchester. La cittadina di Dudley, nel Midlyne dove Edwards era nato, si strinse tutta intorno a quel figlio adorato al quale dedicò una statua, e sulle vetrate della chiesa di St Francis fu dipinto il suo ritratto con indosso le maglie del Manchester United e quella dei tre Leoni. Furono otto, invece, i giornalisti che persero la vita: Alf Clarke, Tom Jackson, Don Davies, George Fellows, Archie Ledbrook, Eric Thompson, Henry Rose e Frank Swift, che era un ex giocatore del Manchester City. Morirono anche il capitano dell’aereo, Kenneth Rayment, l’amico di Sir Matt Busby, Willie Satinoff, l’agente di viaggio Bela Miklos ed il membro dell’equipaggio Tom Cable. In totale i morti furono 21. Un incidente che non soltanto portò via al calcio dei possibili campioni, ma anche, e soprattutto, spense i sogni di ragazzi con un’intera vita davanti. Uno dei ragazzi più promettenti e talentuosi, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale ma riuscì a cavarsela. Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane e quasi imbattibile squadra alla quale aveva veramente regalato il suo marchio di fabbrica, tanto da essere ribattezzati come i “Busby Babes”, rimase gravemente ferito, e a lungo rimase sospeso tra la vita e la morte: solo dopo qualche settimana fu dichiarato fuori pericolo. Commovente il suo discorso alla radio trasmesso anche dagli altoparlanti dell’Old Trafford in un freddo sabato pomeriggio, durante il quale rassicurava tutti sulle proprie condizioni promettendo di tornare presto. Brian Glanville, storico commentatore inglese, così scriveva pochi giorni dopo l’accaduto, il 13 febbraio 1958: “Perché mai, in nome della ragione e del buon senso, doveva il Manchester United caricare tutta la sua squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, scosse il mondo e il Torino non si è più ripreso. In Inghilterra, l’Arsenal reagì rifiutandosi di viaggiare per aria, a meno che, i suoi giocatori potessero usare due aeroplani. Come società, il Manchester United merita sincera simpatia, ma i suoi dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, ed al calcio britannico, un prezzo così caro”. A ogni modo la costernazione e la commozione, in Inghilterra e nel mondo intero, fu grandissima. A distanza di quasi dieci anni da Superga un’altra squadra di calcio periva in un disastro aereo. Il Manchester United nell’immediato dopoguerra militava in seconda divisione, privo di fondi adeguati lottava per non retrocedere. Addirittura in quel periodo mancavano anche le divise per scendere in campo, e perfino per gli allenamenti era necessario il razionamento delle maglie. Lo stadio di Old Trafford non era disponibile, colpito gravemente dalle bombe dell’aviazione tedesca, al punto che lo United dovette chiedere ospitalità agli “odiati” cugini del Manchester City che concessero il loro impianto dietro lauto pagamento di un affitto stagionale fino all’ agosto del 1949, quando, i “Red Devils” finalmente si poterono riappropriare della loro casa. Da quel momento in poi l’Old Trafford avrebbe alzato il sipario su quello che ormai è diventato «The Theatre of Dreams». Nella ricerca di giocatori di valore la società decise di puntare su proprio su Matt Busby. Sir Alexander Matthew Busby, detto Matt era uno scozzese nato il 26 maggio del 1909 ad Orbiston, in una casa di campagna con due stanze, nel Lanarkshire e crebbe nel vicino paese di Bellshill, pugno di case a nord di Motherwell. Suo padre lavorava in miniera e, costretto poi ad arruolarsi per la Prima Guerra Mondiale, rimase ucciso dalla fanteria tedesca ad Arras quando Matt non aveva ancora compiuto diciassette anni e poco prima della sua partenza per gli Stati Uniti dove nel frattempo era già emigrata la madre. Ma il destino comincia già a bussare forte alla sua porta e Matt viene chiamato per un provino dal Manchester City. Un provino che gli cambia la vita. In precedenza, Matt aveva subito due rifiuti da entrambi i big club di Glasgow, restando confinato a giocare per la squadra dilettantistica del Denny Hibs. Matt beve ottimo scotch e ascolta Louis Armstrong, in campo si fa valere come centrocampista di rottura e debutta con la maglia del City in seguito all’infortunio di un compagno che gli permette di entrare nella squadra riserve nel ruolo, per lui piuttosto inedito, di mezzala. In prima squadra arriva nel 1928 e rimane al Manchester City fino al 1936, vincendo la F.A. Cup del 1934. In quello stesso anno disputa la sua prima e unica partita ufficiale con la Nazionale scozzese in una vittoria contro il Galles per 3-2 Nel 1936 trova un accordo con il Liverpool e in pochissimo tempo, diviene sia titolare che beniamino dei tifosi di Anfield. Gioca per altre tre stagioni, giusto il tempo di fare da chioccia al giovane Bill Shankly. È il 1939. Hitler invade la Polonia e il Governo inglese sospende tutti i campionati. Molti calciatori del Liverpool finiscono nel Reggimento Reale di fanteria. Il trentenne Busby viene invece chiamato a collaborare come allenatore nei reparti sportivi dell’esercito. Al termine del conflitto bellico il Liverpool lo richiama nelle vesti di giocatore-assistente dell’allenatore George Kay, ma Matt declina gentilmente l’invito: «Ho l’opportunità di diventare l’allenatore del Manchester United – disse – durante i miei giorni al City ho avuto modo di apprezzare quella città che mi attrae particolarmente». Pioggia a parte verrebbe da dire. Su quella scelta pesò molto l’antica amicizia con Louis Rocca, dirigente del Manchester United che aveva già provato ad averlo come giocatore. Busby ottiene così un contratto di cinque anni per realizzare il suo progetto di squadra vincente. Lo farà per sole 15 sterline alla settimana, ricostruendo una squadra vincente con quello che il conflitto gli aveva lasciato. Per il giovane Matt, una scelta azzeccata fu quella di scegliere come membro del suo Staff Tecnico Jimmy Murphy, affidandogli il ruolo di sviluppare il settore giovanile, anche in considerazione della totale assenza di fondi nel dopo guerra. Nel febbraio del 1946 mise a segno il suo primo colpo acquistando per 4.000 sterline Jimmy Delaney, velocissima ala destra del Celtic detto “Brittie Bones” (in pratica ossa fragili). Il presidente James Gibson lo asseconda, si rende conto che ha a che fare con un uomo convinto di ciò che vuole, e infatti due anni dopo ecco arrivare la Coppa d’Inghilterra a spese del Blackpool guidato dal baronetto Stanley Mattews. Era un tecnico rivoluzionario, dalla grande personalità, amante del gioco, e deciso di arrivare agli obbiettivi prefissati. Desiderava che la squadra e il manager fossero una sola cosa e cominciò a scendere in campo in maglietta e pantaloncini assieme ai suoi ragazzi durante gli allenamenti. Il suo Manchester arrivò al secondo posto per quattro volte in cinque anni in campionato finché, nel 1952, dopo la bellezza di quarantuno anni il titolo ritornò all’Old Trafford. Nel 1953 la società economicamente risanata acquistò Tommy Taylor per 29.999 sterline dal Barnsley. A proposito, quella sterlina la tolse al momento della firma sul contratto lo stesso Matt Busby, che da bravo psicologo (oppure da buon scozzese), temeva che la cifra tonda diventasse una zavorra di responsabilità che mentalmente potesse gravare sulle spalle del ragazzo e sulle aspettative dei tifosi La politica dei giovani cominciava a dare frutti dolcissimi. Roger Byrne, Eddie Colman, Bobby Charlton, David Pegg, Tommy Taylor e Dennis Viollet, insieme allo straordinario Duncan Edwards. Nel 1956 nel 1957 arrivano altre due affermazioni con la conquista di entrambi i campionati con una squadra dall’età media più bassa di sempre nella storia del calcio inglese, e a questo punto appare chiaro che l’obiettivo che inzia a profilarsi è la neonata o quasi Coppa dei Campioni d’Europa, finora preda esclusiva del Real Madrid. Il Teatro dei Sogni era diventato proscenio per quei giovani plasmati alla grinta e al bel gioco, ma soprattutto al rispetto per se stessi e per gli avversari, come d’altro canto recitava il più importante dei comandamenti del loro manager: “Ciò che importa più di tutte le altre cose è che una partita di calcio deve essere disputata con lo spirito giusto, ovvero con il rispetto degli avversari”. Insomma uno scozzese rubizzo e duro fuori ma dal cuore tenero dentro. Nel suo staff c’era il già citato Bert Whalley, (che recapitava settimanalmente lettere con su scritti giudizi tecnici su ogni singolo giocatore della rosa) e Tom Curry che aveva il compito di badare alla «crescita spirituale» dei “Babes”, molti dei quali lo seguivano alla Messa in Chiesa prima di ogni match. Jimmy Murphy, l’addetto ai giovanissimi, quel 6 febbraio come sempre intendeva seguire la squadra ma il destino lo salvò, poiché impegnato come visionatore per conto della nazionale. Whalley e Curry invece, come detto, non scamparono alla tragedia. Ma lentamente come un’araba fenice, il club dopo la sciagura risollevò la testa. È vero, da quel giorno del 1958, Bobby Charlton perse il sorriso e molti capelli ma non certamente la voglia di impegnarsi sul campo: quella tornò in fretta spinta dal desiderio di onorare i compagni scomparsi che fu da subito molto forte. Un po’ alla volta Busby sostituì le tessere del “mosaico” e arrivarono giocatori del calibro di Stiles, Kidd e Best. Nobby Peter Stiles, in arte Nobby, tipo basso e tarchiato, un autentico mastino che per un problema di piorrea a 25 anni aveva già perso quasi tutti i denti. Un ghigno terribile, addolcito da quella stretta di mano che con incredibile educazione offriva all’avversario appena abbattuto. Un giocatore paradossale, che incarnò il concetto della durezza del gioco, spinto fino agli estremi opposti del fair play. Brian Kidd era un “local boy” meticoloso e caparbio arrivato nel 1967, ma il suo contributo si fece sentire eccome. Su Best ogni presentazione è inutile: genio e sregolatezza della squadra di Busby. Nato a Belfast, arriva nelle giovanili del Manchester nel 1961 a 15 anni. Due anni dopo debutta sia in prima squadra che nella Nazionale nordirlandese: un campionario di talento, fatto di dribbling, cambi di direzione, cross, e controllo di palla superlativo. Per la Coppa dei Campioni era solo questione di tempo. Nel settembre del 1967, freschi di conquista del campionato, tra i giocatori dello United scattò convinta l’operazione Europa, guarda caso a dieci anni esatti dall’incidente di Monaco. Nemmeno a farlo apposta, la finale è in programma a Londra, la data da segnare sul calendario in rosso riporta 28 maggio 1968. Troppi indizi per non farne una prova. Il Manchester United arriva fino in fondo: elimina facilmente i suoi primi avversari, i maltesi dell’Hibernians, poi gli slavi del Sarajevo e i polacchi del Gornik Zabrze nei quarti, in una primavera che parve sbocciare mai così bella. Qualcosa di importante stava succedendo nel mondo in quel periodo e lo United in qualche maniera né era sportivamente protagonista. Nelle semifinali i “Red Devils” pescano un Real Madrid in declino, ma pur sempre temibile. In Inghilterra Best regalò la prima ai suoi, che però al ritorno nell’allora stadio di Chamartin (l’odierno Santiago Bernabueu), andarono vicini all’eliminazione. Alla fine primo tempo la squadra di Busby si trovò infatti sotto per 3-1. Nella ripresa giunse rabbiosa la reazione inglese. Il Manchester United accorcia le distanze con David Sadler, trovando il pareggio con l’esperienza del vecchio difensore Bill Foulkes. Bobby Charlton e compagni sono così in finale, dove ad aspettarli a Wembley c’è il Benfica di Eusebio. Charlton aveva vinto il mondiale due anni prima in quello stadio, insieme al capitano Bobby Moore al quale la Regina consegnò il trofeo. Disse che quella Coppa del Mondo, se non fosse deceduto, l’avrebbe sicuramente alzata Duncan Edwards. A dirigere la finale europea fu chiamato l’italiano Concetto Lo Bello. Il Benfica si dimostrò un osso duro, come da pronostico. Il match fu pulsante, ricco di emozioni, di colpi di scena. Bobby Charlton portò in vantaggio i suoi, ma a undici minuti dalla fine Garca rimise la gara in parità, rimandando tutto ai supplementari. Busby negli spogliatoi ricaricò muscoli e cervello dei ragazzi e, nel prolungamento dell’incontro lo United vestito di una splendida maglia di blu oltremare, demolì i portoghesi. In sei minuti i goal messi a segno furono ben 3: Best beffò il portiere Henrique con un gioco di prestigio da consumato attore, esitando beffardamente prima di infilare la palla in porta, poi arrivarono in ordine le reti di Kidd e ancora Charlton. 4-1, poteva bastare. È il trionfo della squadra di Matt Busby. Charlton lo cerca subito, lo abbraccia, non si capisce se quelle sulla fronte del centravanti sono gocce di sudore o lacrime. E’ un cerchio che si chiude. Gli orologi inglesi segnano le dieci di sera. Tutti meno uno. Quello dell’Old Trafford. Quello scandirà per sempre le 15:04 di giovedì 6 febbraio 1958. Glory, glory, Man United, As The Reds Go Marching On.

Simone Galeotti  tratto da uk football stories n.1