La tragedia di Monaco!

busby babes

Perché rischiare il decollo? A Monaco di Baviera nevica fitto, il bianco fagocita tutto, il gelo morde tutto. Invece nella cabina di comando i piloti azzardano ancora la manovra. Qualcuno ha fatto pressioni, qualcuno spinge per partire lo stesso, qualcuno dello staff dello United non si rende conto del pericolo. Alle porte per loro c’era solo il Wolverhampton, per una sfida cruciale nella corsa al titolo inglese. E allora occorreva far rientrare la squadra il prima possibile, per prepararsi al meglio alla partita. Il 6 febbraio 1958, alle ore 15:04: il volo Be 609 della British European Airways, un modello Elizabethan rinominato “Lord Burleigh” tenta di decollare per la terza volta. La pista è coperta di neve, alla stazione di controllo scuotono la testa, hanno sconsigliato la partenza, hanno detto che conviene aspettare. Niente da fare. Il pilota Steve Rayment e il capitano James Thain, un uomo che aveva al suo attivo moltissime ore di volo come ufficiale della Royal Air Force, ci provano. Si fidano della loro esperienza, nonostante l’evidente difficoltà. E poi, cazzo, quelli vogliono andarsene, non sanno cosa significhi pilotare un aereo, ma vogliono andarsene. Neve o non neve. L’apparecchio lentamente comincia a rullare. Infila la pista, porta il motore al massimo, inizia a muoversi. Si alza a fatica, i motori non raggiungono la potenza necessaria. È colpa delle cattive condizioni atmosferiche, è colpa della pista innevata, è colpa della pessima visibilità, è colpa di una sciocca frenesia. Quando l’apparecchio giunge a non più di dieci metri dal suolo, perde quota, piomba verso terra. Il carrello non ancora completamente rientrato, urta una macchia d’alberi, il velivolo scoperchia una casa e termina la sua follia sul fianco di un capannone adibito al deposito di olio e carburanti. E’ un attimo. Rapido e maledetto. Immediatamente si sprigionano fiamme altissime, l’aereo diventa una carcassa di fuoco, le ali si staccano facendo esplodere uno dei motori. La fusoliera resta integra e molti membri dell’equipaggio riescono a uscire fuori e provare fra i frantumi a soccorrere gli altri meno fortunati. Poi arrivano i primi mezzi di soccorso, le prime sirene, i primi urli strazianti nel fumo nero sotto un cielo marmoreo. L’aereo proveniva da Belgrado. Era stato affittato dal Manchester United come “charter” per trasportare la squadra campione d’Inghilterra a giocare la partita valevole per l’andata dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa. L’incontro era finito 3-3 e gli inglesi avevano ottime chances di guadagnare le semifinali. Le autorità tedesche, dopo una breve e superficiale investigazione, attribuirono la causa dell’incidente alla presenza di grandi quantità di ghiaccio sulle ali, e naturalmente ai piloti responsabili della fatale decisione. Ci vollero circa dieci anni prima che le reali dinamiche dell’incidente fossero accertate. Come per la maggior parte dei velivoli “High Wing”, la fusoliera era posizionata molto in basso, ed il fatto che la neve sciolta venisse lanciata in aria dalle ruote rendeva il mezzo particolarmente vulnerabile. In quel periodo non si conosceva ancora molto riguardo a questo genere di problematiche. La pista di Riem (il nome dell’aeroporto tedesco) non era ben drenata e vi si potevano formare larghe pozze che ovviamente con la bassa temperatura diventavano strati gelati lunghi e critici. I rilievi sul momento furono poi ostacolati da quattro pollici di neve caduti fra il momento dello schianto e l’arrivo della squadra investigativa. Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in nazionale da quattro anni, il centravanti Tommy Taylor che stava progettando il matrimonio con la sua fidanzata e quella mattina al telefono le aveva detto: “Prepara una bella birra che sto arrivando amore mio…” . Persero la vita anche il giovanissimo mediano Eddie Colman, vent’anni e già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo, l’ala sinistra David Pegg, Billy Whelan, eccezionale attaccante irlandese che pare morì con la fede cattolica nel cuore se c’è chi giura che prima del cedimento racconta di averlo sentito gridare «Dio sono pronto!». A Dublino per i suoi funerali si presentarono in 20mila. Stessa sorte per il gigantesco stopper Mark Jones; lui lasciò a casa ad aspettarlo invano una giovane moglie e un bimbo piccolo. Un’assenza che distrusse il cuore dell’amato Rick, un labrador nero che si lasciò morire qualche giorno dopo la fine prematura del suo padrone. E poi il terzino di riserva Geoff Bent, uno che diceva sempre di essere allergico ai viaggi aerei: “Mi fanno sanguinare il naso”. Alla fine si era piegato alla volontà del “mister” ed era partito per la sua ultima trasferta. Oltre ai sopracitati giocatori, morirono l’assistente Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley ed il segretario Walter Crickmer, nonché i giornalisti Archie Ledbrooke del “Daily Mirror” e Frank Swift, l’ex grande portiere diventato cronista dopo aver abbandonato l’attività agonistica. Un ottavo membro del gruppo si arrese dopo due settimane di agonia. Il suo nome evoca da solo la leggenda: Duncan Edwards. Ventun anni, eppure già titolare fisso in Nazionale e con un futuro radioso davanti. “The Tank” andò a segnare reti in Paradiso. Poco prima di salire a bordo trovò il tempo di spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che forse per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. Il telegramma arrivò a destinazione alle diciassette di quel pomeriggio quando Edwards, sdraiato su un letto d’ospedale a Monaco, affrontava la sua partita contro la morte. Un ragazzo d’acciaio, capace di reggere anche quattro incontri a settimana, non voleva mollare. Con le costole frantumate, un polmone perforato e la gamba destra spezzata, Duncan sibilò al dottore: “Quante possibilità ho di poter giocare la settimana prossima?”. Molly, la sua fidanzata gli tenne forte la mano fino alla fine, e rimase così, a vegliarlo, fino alla notte del venerdì quando si spense per sempre. Fu una seconda morte per Manchester. La cittadina di Dudley, nel Midlyne dove Edwards era nato, si strinse tutta intorno a quel figlio adorato al quale dedicò una statua, e sulle vetrate della chiesa di St Francis fu dipinto il suo ritratto con indosso le maglie del Manchester United e quella dei tre Leoni. Furono otto, invece, i giornalisti che persero la vita: Alf Clarke, Tom Jackson, Don Davies, George Fellows, Archie Ledbrook, Eric Thompson, Henry Rose e Frank Swift, che era un ex giocatore del Manchester City. Morirono anche il capitano dell’aereo, Kenneth Rayment, l’amico di Sir Matt Busby, Willie Satinoff, l’agente di viaggio Bela Miklos ed il membro dell’equipaggio Tom Cable. In totale i morti furono 21. Un incidente che non soltanto portò via al calcio dei possibili campioni, ma anche, e soprattutto, spense i sogni di ragazzi con un’intera vita davanti. Uno dei ragazzi più promettenti e talentuosi, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale ma riuscì a cavarsela. Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane e quasi imbattibile squadra alla quale aveva veramente regalato il suo marchio di fabbrica, tanto da essere ribattezzati come i “Busby Babes”, rimase gravemente ferito, e a lungo rimase sospeso tra la vita e la morte: solo dopo qualche settimana fu dichiarato fuori pericolo. Commovente il suo discorso alla radio trasmesso anche dagli altoparlanti dell’Old Trafford in un freddo sabato pomeriggio, durante il quale rassicurava tutti sulle proprie condizioni promettendo di tornare presto. Brian Glanville, storico commentatore inglese, così scriveva pochi giorni dopo l’accaduto, il 13 febbraio 1958: “Perché mai, in nome della ragione e del buon senso, doveva il Manchester United caricare tutta la sua squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, scosse il mondo e il Torino non si è più ripreso. In Inghilterra, l’Arsenal reagì rifiutandosi di viaggiare per aria, a meno che, i suoi giocatori potessero usare due aeroplani. Come società, il Manchester United merita sincera simpatia, ma i suoi dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, ed al calcio britannico, un prezzo così caro”. A ogni modo la costernazione e la commozione, in Inghilterra e nel mondo intero, fu grandissima. A distanza di quasi dieci anni da Superga un’altra squadra di calcio periva in un disastro aereo. Il Manchester United nell’immediato dopoguerra militava in seconda divisione, privo di fondi adeguati lottava per non retrocedere. Addirittura in quel periodo mancavano anche le divise per scendere in campo, e perfino per gli allenamenti era necessario il razionamento delle maglie. Lo stadio di Old Trafford non era disponibile, colpito gravemente dalle bombe dell’aviazione tedesca, al punto che lo United dovette chiedere ospitalità agli “odiati” cugini del Manchester City che concessero il loro impianto dietro lauto pagamento di un affitto stagionale fino all’ agosto del 1949, quando, i “Red Devils” finalmente si poterono riappropriare della loro casa. Da quel momento in poi l’Old Trafford avrebbe alzato il sipario su quello che ormai è diventato «The Theatre of Dreams». Nella ricerca di giocatori di valore la società decise di puntare su proprio su Matt Busby. Sir Alexander Matthew Busby, detto Matt era uno scozzese nato il 26 maggio del 1909 ad Orbiston, in una casa di campagna con due stanze, nel Lanarkshire e crebbe nel vicino paese di Bellshill, pugno di case a nord di Motherwell. Suo padre lavorava in miniera e, costretto poi ad arruolarsi per la Prima Guerra Mondiale, rimase ucciso dalla fanteria tedesca ad Arras quando Matt non aveva ancora compiuto diciassette anni e poco prima della sua partenza per gli Stati Uniti dove nel frattempo era già emigrata la madre. Ma il destino comincia già a bussare forte alla sua porta e Matt viene chiamato per un provino dal Manchester City. Un provino che gli cambia la vita. In precedenza, Matt aveva subito due rifiuti da entrambi i big club di Glasgow, restando confinato a giocare per la squadra dilettantistica del Denny Hibs. Matt beve ottimo scotch e ascolta Louis Armstrong, in campo si fa valere come centrocampista di rottura e debutta con la maglia del City in seguito all’infortunio di un compagno che gli permette di entrare nella squadra riserve nel ruolo, per lui piuttosto inedito, di mezzala. In prima squadra arriva nel 1928 e rimane al Manchester City fino al 1936, vincendo la F.A. Cup del 1934. In quello stesso anno disputa la sua prima e unica partita ufficiale con la Nazionale scozzese in una vittoria contro il Galles per 3-2 Nel 1936 trova un accordo con il Liverpool e in pochissimo tempo, diviene sia titolare che beniamino dei tifosi di Anfield. Gioca per altre tre stagioni, giusto il tempo di fare da chioccia al giovane Bill Shankly. È il 1939. Hitler invade la Polonia e il Governo inglese sospende tutti i campionati. Molti calciatori del Liverpool finiscono nel Reggimento Reale di fanteria. Il trentenne Busby viene invece chiamato a collaborare come allenatore nei reparti sportivi dell’esercito. Al termine del conflitto bellico il Liverpool lo richiama nelle vesti di giocatore-assistente dell’allenatore George Kay, ma Matt declina gentilmente l’invito: «Ho l’opportunità di diventare l’allenatore del Manchester United – disse – durante i miei giorni al City ho avuto modo di apprezzare quella città che mi attrae particolarmente». Pioggia a parte verrebbe da dire. Su quella scelta pesò molto l’antica amicizia con Louis Rocca, dirigente del Manchester United che aveva già provato ad averlo come giocatore. Busby ottiene così un contratto di cinque anni per realizzare il suo progetto di squadra vincente. Lo farà per sole 15 sterline alla settimana, ricostruendo una squadra vincente con quello che il conflitto gli aveva lasciato. Per il giovane Matt, una scelta azzeccata fu quella di scegliere come membro del suo Staff Tecnico Jimmy Murphy, affidandogli il ruolo di sviluppare il settore giovanile, anche in considerazione della totale assenza di fondi nel dopo guerra. Nel febbraio del 1946 mise a segno il suo primo colpo acquistando per 4.000 sterline Jimmy Delaney, velocissima ala destra del Celtic detto “Brittie Bones” (in pratica ossa fragili). Il presidente James Gibson lo asseconda, si rende conto che ha a che fare con un uomo convinto di ciò che vuole, e infatti due anni dopo ecco arrivare la Coppa d’Inghilterra a spese del Blackpool guidato dal baronetto Stanley Mattews. Era un tecnico rivoluzionario, dalla grande personalità, amante del gioco, e deciso di arrivare agli obbiettivi prefissati. Desiderava che la squadra e il manager fossero una sola cosa e cominciò a scendere in campo in maglietta e pantaloncini assieme ai suoi ragazzi durante gli allenamenti. Il suo Manchester arrivò al secondo posto per quattro volte in cinque anni in campionato finché, nel 1952, dopo la bellezza di quarantuno anni il titolo ritornò all’Old Trafford. Nel 1953 la società economicamente risanata acquistò Tommy Taylor per 29.999 sterline dal Barnsley. A proposito, quella sterlina la tolse al momento della firma sul contratto lo stesso Matt Busby, che da bravo psicologo (oppure da buon scozzese), temeva che la cifra tonda diventasse una zavorra di responsabilità che mentalmente potesse gravare sulle spalle del ragazzo e sulle aspettative dei tifosi La politica dei giovani cominciava a dare frutti dolcissimi. Roger Byrne, Eddie Colman, Bobby Charlton, David Pegg, Tommy Taylor e Dennis Viollet, insieme allo straordinario Duncan Edwards. Nel 1956 nel 1957 arrivano altre due affermazioni con la conquista di entrambi i campionati con una squadra dall’età media più bassa di sempre nella storia del calcio inglese, e a questo punto appare chiaro che l’obiettivo che inzia a profilarsi è la neonata o quasi Coppa dei Campioni d’Europa, finora preda esclusiva del Real Madrid. Il Teatro dei Sogni era diventato proscenio per quei giovani plasmati alla grinta e al bel gioco, ma soprattutto al rispetto per se stessi e per gli avversari, come d’altro canto recitava il più importante dei comandamenti del loro manager: “Ciò che importa più di tutte le altre cose è che una partita di calcio deve essere disputata con lo spirito giusto, ovvero con il rispetto degli avversari”. Insomma uno scozzese rubizzo e duro fuori ma dal cuore tenero dentro. Nel suo staff c’era il già citato Bert Whalley, (che recapitava settimanalmente lettere con su scritti giudizi tecnici su ogni singolo giocatore della rosa) e Tom Curry che aveva il compito di badare alla «crescita spirituale» dei “Babes”, molti dei quali lo seguivano alla Messa in Chiesa prima di ogni match. Jimmy Murphy, l’addetto ai giovanissimi, quel 6 febbraio come sempre intendeva seguire la squadra ma il destino lo salvò, poiché impegnato come visionatore per conto della nazionale. Whalley e Curry invece, come detto, non scamparono alla tragedia. Ma lentamente come un’araba fenice, il club dopo la sciagura risollevò la testa. È vero, da quel giorno del 1958, Bobby Charlton perse il sorriso e molti capelli ma non certamente la voglia di impegnarsi sul campo: quella tornò in fretta spinta dal desiderio di onorare i compagni scomparsi che fu da subito molto forte. Un po’ alla volta Busby sostituì le tessere del “mosaico” e arrivarono giocatori del calibro di Stiles, Kidd e Best. Nobby Peter Stiles, in arte Nobby, tipo basso e tarchiato, un autentico mastino che per un problema di piorrea a 25 anni aveva già perso quasi tutti i denti. Un ghigno terribile, addolcito da quella stretta di mano che con incredibile educazione offriva all’avversario appena abbattuto. Un giocatore paradossale, che incarnò il concetto della durezza del gioco, spinto fino agli estremi opposti del fair play. Brian Kidd era un “local boy” meticoloso e caparbio arrivato nel 1967, ma il suo contributo si fece sentire eccome. Su Best ogni presentazione è inutile: genio e sregolatezza della squadra di Busby. Nato a Belfast, arriva nelle giovanili del Manchester nel 1961 a 15 anni. Due anni dopo debutta sia in prima squadra che nella Nazionale nordirlandese: un campionario di talento, fatto di dribbling, cambi di direzione, cross, e controllo di palla superlativo. Per la Coppa dei Campioni era solo questione di tempo. Nel settembre del 1967, freschi di conquista del campionato, tra i giocatori dello United scattò convinta l’operazione Europa, guarda caso a dieci anni esatti dall’incidente di Monaco. Nemmeno a farlo apposta, la finale è in programma a Londra, la data da segnare sul calendario in rosso riporta 28 maggio 1968. Troppi indizi per non farne una prova. Il Manchester United arriva fino in fondo: elimina facilmente i suoi primi avversari, i maltesi dell’Hibernians, poi gli slavi del Sarajevo e i polacchi del Gornik Zabrze nei quarti, in una primavera che parve sbocciare mai così bella. Qualcosa di importante stava succedendo nel mondo in quel periodo e lo United in qualche maniera né era sportivamente protagonista. Nelle semifinali i “Red Devils” pescano un Real Madrid in declino, ma pur sempre temibile. In Inghilterra Best regalò la prima ai suoi, che però al ritorno nell’allora stadio di Chamartin (l’odierno Santiago Bernabueu), andarono vicini all’eliminazione. Alla fine primo tempo la squadra di Busby si trovò infatti sotto per 3-1. Nella ripresa giunse rabbiosa la reazione inglese. Il Manchester United accorcia le distanze con David Sadler, trovando il pareggio con l’esperienza del vecchio difensore Bill Foulkes. Bobby Charlton e compagni sono così in finale, dove ad aspettarli a Wembley c’è il Benfica di Eusebio. Charlton aveva vinto il mondiale due anni prima in quello stadio, insieme al capitano Bobby Moore al quale la Regina consegnò il trofeo. Disse che quella Coppa del Mondo, se non fosse deceduto, l’avrebbe sicuramente alzata Duncan Edwards. A dirigere la finale europea fu chiamato l’italiano Concetto Lo Bello. Il Benfica si dimostrò un osso duro, come da pronostico. Il match fu pulsante, ricco di emozioni, di colpi di scena. Bobby Charlton portò in vantaggio i suoi, ma a undici minuti dalla fine Garca rimise la gara in parità, rimandando tutto ai supplementari. Busby negli spogliatoi ricaricò muscoli e cervello dei ragazzi e, nel prolungamento dell’incontro lo United vestito di una splendida maglia di blu oltremare, demolì i portoghesi. In sei minuti i goal messi a segno furono ben 3: Best beffò il portiere Henrique con un gioco di prestigio da consumato attore, esitando beffardamente prima di infilare la palla in porta, poi arrivarono in ordine le reti di Kidd e ancora Charlton. 4-1, poteva bastare. È il trionfo della squadra di Matt Busby. Charlton lo cerca subito, lo abbraccia, non si capisce se quelle sulla fronte del centravanti sono gocce di sudore o lacrime. E’ un cerchio che si chiude. Gli orologi inglesi segnano le dieci di sera. Tutti meno uno. Quello dell’Old Trafford. Quello scandirà per sempre le 15:04 di giovedì 6 febbraio 1958. Glory, glory, Man United, As The Reds Go Marching On.

Simone Galeotti  tratto da uk football stories n.1

La rivoluzione di Manchester

Oggi l’Fc United of Manchester è sinonimo, in tutto il mondo, di quel calcio alternativo di chi crede che i tifosi ancora possano dire la loro, che i clubs dovrebbero essere gestiti in armonia con la propria comunità e che esistano, soprattutto, cose più importanti dei risultati ottenuti sul rettangolo verde di gioco.

Ma come tutto questo ebbe inizio? La domanda è lecita.

Il rivoluzionario club di Manchester nasce nel 2005 subito dopo l’acquisizione del Manchester United da parte di Glazer e con la conseguente dura presa di posizione dei suoi tifosi. Cosa non nuova in quella città inglese… In passato, infatti, i tifosi dei Red Devils erano riusciti a contrastare, con successo, il tentativo effettuato da Murdoch di acquisire il loro club.

In quei giorni del 2005, in molti di loro esiste la concreta speranza che la stessa cosa si sarebbe potuta ripetere anche nei confronti di Glazer: ma questa volta la loro battaglia è destinata a fallire! Giorno dopo giorno, le cose sembrano precipitare: con l’arrivo del nuovo presidente si registra un consistente aumento dei prezzi dei biglietti e lo stadio viene ridisegnato per favorire l’ingresso dei tifosi occasionali, distruggendo così la leggendaria atmosfera dell’Old Trafford, che in tante occasioni era stata necessaria per vincere partite che sembravano destinate a terminare con un’ignominiosa sconfitta.

I tifosi capiscono che non è possibile trovare una qualsivoglia mediazione con il nuovo presidente e che è arrivato il momento di cercare un modo nuovo per tornare a vivere la loro passione.

Qualcuno di loro ricorda quando, nel lontano 1992, i tifosi del Northampton Town diedero il via ad una vera rivoluzione nel mondo del tifo, affermando che i tifosi, se messi alle strette, devono addirittura condurre una campagna contro il loro stesso club e che, soprattutto, hanno anche il diritto di acquisire una partecipazione al suo interno, per poterlo meglio controllare. Da questo fermento nacquero, nella metà degli anni 2000, i cosiddetti Trust che aiutarono i tifosi nell’acquisire quote azionarie dei loro club preferiti. In molti casi, i loro sforzi furono coronati da un insperato successo e club come l’Exeter City, il Brentford e lo York City videro il controllo di maggioranza gestito dai tifosi stessi.

Ma questo approccio potrebbe andare di pari passo con il successo sportivo?”. Questa era la domanda ricorrente che tanti tifosi si ponevano. Eppure solo pochi anni prima, nel 2002, i tifosi del Wimbledon FC si erano ribellati alla decisione presa del loro club di trasferirsi a Milton Keynes e avevano fondato, seduta stante, l’AFC Wimbledon, che in quel fatidico 2005, in poco tempo era riuscito a farsi strada nelle categorie della non-league, dimostrando che tutto ciò era possibile ed anche auspicabile.

Ispirati da questi esempi, i tifosi del Man Utd decidono di fondare un club di loro proprietà gestito in armonia con i loro desideri. Nel corso di pochi mesi, nella primavera del 2005, un comitato direttivo di quindici persone inizia a reclutare nuovi soci, a sviluppare un business plan, a trovare un posto dove giocare, ad elaborare uno statuto e a presentare una domanda alla FA per ufficializzare il nuovo club che si chiamerà: FC United of Manchester!

In maniera molto rapida, i tifosi riescono a raccogliere 180.000 sterline da circa 3.000 soci, un risultato che, di gran lunga, supera le loro aspettative più rosee. Qualcuno fa un grande investimento, ma la maggior parte dei tifosi acquista solo piccole quote.

La prima partita del club, un’amichevole a Leigh, si gioca a metà luglio. Sotto la guida di Karl Marginson, l’FC United di fronte a 2.500 tifosi ottiene un buon pareggio. La partita si conclude con una festosa invasione di campo (proibita all’Old Trafford) e i giocatori sono trasportati fuori dal terreno di gioco sulle spalle dei loro tifosi.

Dopo un’incredibile serie di promozioni durante i primi campionati, oggi l’FC United gioca nella National League North.  Ma il successo sul campo non è la sola cosa importante nella storia di questo rivoluzionario club, perché per molti dei suoi tifosi, tanto importante quanto le vittorie ottenute sul campo è il modo in cui sono gestite le cose.

L’FC United of Manchester non è la visione di un solo uomo ma, piuttosto, un veicolo per le speranze e i sogni dei tifosi, che hanno voce in capitolo. L’FC United è, soprattutto, un club della comunità perché non vende solo biglietti a prezzi contenuti, ma è anche pesantemente coinvolto nel mondo del lavoro, aiutando le persone svantaggiate della città, attraverso varie modalità.

Tanti anni fa, i club di calcio erano gestiti in sintonia con la tifoseria: ecco cosa stanno facendo i rivoluzionari di Manchester, stanno semplicemente riportando il calcio alle sue radici!

Per aiutarci a capire meglio la portata di questa storica rivoluzione calcistica, ecco le parole di Rick Simpson, uno dei primi fondatori del FC United of Manchester

 

– Come è nata l’idea di fondare l’FC United of Manchester?

Il 12 maggio 2005 la famiglia Glazer ha preso il controllo finanziario del MUFC, purtroppo si è trattato solo di un “leverage buy-out”, dato che il denaro per acquistare il club era stato preso in prestito in maniera tale che poi l’indebitamento fosse pagato dal club stesso. Poco a poco, io ed altri 1.000 tifosi della vecchia guardia, persone con la stessa voglia di cambiare, abbiamo iniziato ad alzare la voce contro questa acquisizione. Sulla scia della nostra protesta, molti tifosi, tra cui anche coloro gestivano la fanzine Red Issue, hanno pensato che l’unico modo positivo per reagire, era quello di creare un nuovo club di proprietà dei tifosi, dove ogni socio ha diritto di esprimere il suo voto a prescindere da quanto versa per divenire suo socio.

 

– Quanti tifosi vi hanno seguito fin dai primi giorni?

La prima stagione è stata un po’ “pazza” perché inizialmente molti tifosi dello United sono venuti al campo, soltanto per dare uno sguardo ma noi abbiamo cercato di coinvolgerli ricreando l’atmosfera che si respirava all’interno dello stadio nel 1970. Nel primo anno abbiamo ottenuto una media di circa 3.000 spettatori.

 

– I tifosi dello FC United non hanno amato Glazer, ci puoi spiegare il perché?

E’ vero che abbiamo continuato a vincere trofei …. Ma i prezzi dei biglietti sono aumentati del 50%, ed il costo medio di un abbonamento è aumentato di quasi 1.000 sterline, questo significa che molti vecchi tifosi della classe media, ormai, possono solo guardare le partite in un pub! I proprietari sanno che per mantenere lo stadio pieno devono almeno qualificarsi per la Champions League, in questa maniera 30.000 nuovi tifosi hanno sostituito quelli che non vanno più allo stadio, ma questi “nuovi” tifosi continuano a rimanere fedeli solo se ci si qualifica per la Champions League! I Glazer hanno una sola motivazione: guadagnare soldi e non si preoccupano se i vecchi tifosi ormai non possono più permettersi di sostenere il loro club.

 

– Quali sono le differenze tra una partita del Man Utd partita e un dello FC United?

Prima di tutto sono scomparsi, dal 1992, i settori in piedi nello stadio dello United, scomparsi in un sol colpo! Anche se al secondo anello della Stretford End c’è ancora un settore in piedi, a volte siamo buttati fuori dalla sicurezza per questo “crimine”. Nello stadio dell’FC United of Manchester, l’80 % dello stadio canta ad alta voce le vecchie canzoni del Man United insieme con quelle del nostro nuovo repertorio, un’atmosfera ben diversa!

 

– Come è cambiata l’atmosfera all’interno di uno stadio inglese dal ’70?

Il cambiamento è stato enorme! Se un tifoso venisse catapultato ai nostri giorni dal 1970, o dagli ’80 si sentirebbe … male. Ho amato la passione ed un pò di pericolo, allora ero giovane e stupido. Allo stadio del FC United ricreiamo la vecchia passione intonando i vecchi cori, ma senza la violenza di allora. Ora andare ad una partita di calcio in trasferta per i tifosi è quasi come visitare un teatro! Alla classe media, così come ai proprietari e alle autorità piace guadagnare tanti soldi senza avere problemi. Credo che, a volte, sia bello andare da qualche parte in trasferta e cantare per 90 minuti, cantare e urlare come un adolescente demente: la terra può essere un posto frustrante, ma mi sento meglio quando assisto ad una partita e posso usare la mia voce per strillare e cantare, cosa che non posso fare dove, ormai, si riesce a malapena a parlare!

 

– Il calcio moderno è fatto di prezzi elevati e di calcio televisivo, pensi che i tifosi possano cambiare questa tendenza in futuro? Lo stadio può tornare come in passato?

Tutto è nelle mani dei tifosi, italiani, inglesi, tedeschi, scandinavi etc. etc. che devono essere in grado di comunicare tra di loro senza la faziosità che li ha sempre divisi, cercando di costruire dei club di proprietà dei tifosi in ogni paese. Solo in questo modo sarà possibile cambiare davvero le cose … ma l’apatia … è una forza distruttiva! E’ stata davvero una decisione difficile per me e per gli altri 2-3.000 tifosi dello United allontanarsi dalla nostra “fede”, non vado all’Old Trafford dal 2005. Speriamo di poter vedere altri tifosi che avranno il coraggio di andare via e di ricreare un nuovo club solo per un principio, credo che possa accadere ancora ed accadrà …….. ma io sono un ottimista nato!

 

– Steve Evets l’attore protagonista del film: “Il mio amico Eric” interpreta il ruolo di un tifoso dello Fc, United, ci puoi dire qualcosa su di lui?

Steve è esattamente come il personaggio che interpreta: lui viene ancora nel bar gestito dai volontari, tra cui ci sono anch’io, prima di ogni partita per prendersi una birra, si fa una chiacchierata e poi sale sulle gradinate per sostenere i ragazzi. Un bravo ragazzo!

 

– Oggi l’Fc united ha costruito un nuovo stadio, un grande traguardo raggiunto.

Il Broadhurst Park, che deve il suo nome dal parco in cui si trova lo stadio, è stato inaugurato alla fine di maggio del 2015 e ha una capienza tra i 4.500-5.000 tifosi, la maggioranza in piedi e 800 seduti. E’ stato un lungo percorso con molti ostacoli, che abbiamo superato, sia finanziari, burocratici che logistici, ma grazie alla nostra caparbietà ora abbiamo un posto che possiamo chiamare casa.

In realtà, con sei milioni di sterline si sono completati due settori dello stadio mentre gli altri due lati necessitano ancora di lavori di completamento, ma la cosa più importante è che siamo riusciti ad inaugurare il nostro stadio ed ora possiamo affrontare tutte le sfide che si hanno quando si possiede una squadra di calcio e uno stadio.

La nostra organizzazione è ancora relativamente giovane e, naturalmente, non ancora perfetta, abbiamo una dirigenza eletta da 5.000 soci e noi ci dobbiamo preoccupare di controllare che mantengano il club autosufficiente finanziariamente e in linea con i suoi principi fondanti.

 

– L’amichevole contro il Benfica, un altro sogno realizzato.

Sì, è stata una grande notte, che noi tutti ricorderemo per molti anni. Abbiamo incontrato una squadra che noi tifosi più anziani ricordiamo fin dal 29 maggio del 1968, quando il nostro amato Manchester United, sconfiggendoli, vinse per la prima volta la Coppa dei Campioni. Anche se, naturalmente, i portoghesi hanno mandato giovani e riserve resta, sempre, una squadra ricca di storia e siamo stati molto onorati che abbiano deciso di partecipare alla nostra partita inaugurale.

 

– I tuoi progetti futuri?

Per quanto riguarda l’FC United continuerò a sottoscrivere il mio abbonamento stagionale e continuerò ad andare allo stadio insieme a Tom il mio figlio più giovane, che compirà 16 anni la prossima settimana. E’ un’enorme gioia poter condividere le emozioni, insieme, sia nella vittoria che nella sconfitta. Lui sta portando anche i suoi compagni di scuola, perché è consapevole che abbiamo bisogno di costruire la prossima generazione di tifosi. L’FC è quasi una scuola di formazione per entrambi i Manchester, per questo cantiamo le canzoni dei due club ad ogni partita. Più tifosi continueranno a seguire i due Manchester, il big United e il little United, più la leggenda continuerà.

Ho scritto un libro intitolato “Divided-Re United, è una storia che non parla di calciatori, ma dei tifosi che hanno seguito lo United, per un periodo di cinquant’anni dal 1966 al 2016. L’ho inviato ad alcuni editori, senza successo, e quindi non escludo che lo pubblicherò attraverso una piattaforma on-line. Continuo ad aiutare mia moglie nell’ altra grande passione della nostra vita che è quella di poter essere di aiuto non solo ai nostri figli ma anche a tante altre famiglie attraverso un’associazione che abbiamo creato nel 2005: http://www.space4autism.com

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Giorgio Acerbis tratto da Uk football stories  n.2