EMLEY DREAM

A Emley nevica. Il cielo si fa bianco, il tempo rallenta, tutto diventa silenzioso e freddo. Meglio cercare rifugio al White Horse, dove ti accoglie il rincuorante crepitare di un caminetto acceso, e un bancone di mescita in solido legno. Emley è poco più di un villaggio, un ex villaggio minerario, disteso alle pendici dei monti pennini non molto lontano da Huddersfield. A Emley abitano 1.867 persone stabilite dall’ultimo censimento. C’é un fornaio, tre macellai, un mercante di stoffe, una tabaccheria, un fabbro, un fabbricante di candele, e il pub. Naturalmente non poteva mancare un ufficio delle reali poste e negli ultimi tempi ha fatto la sua comparsa anche un supermercato. E poi c’è lei. La stazione trasmittente radiotelevisiva più alta d’Inghilterra. La chiamano in gergo “Emley Moor Mast”, una colonna in cemento armato che si erge nei cieli del West Yorkshire per oltre un chilometro e seicento metri.

Verso la fine del 1997 questo sonnolento borgo inglese fu improvvisamente catapultato sulle pagine dei giornali e letteralmente assediato da ingenti troupe televisive. Non si trattava di un nuovo cerchio nel grano né tanto meno, del ritrovamento del corpo di Re Artù. Molto più prosaicamente questa manciata di case strette intorno alla Chiesa di San Michele, l’aveva combinata bella. La sua squadra di calcio persa nei bassifondi della piramide inglese, era riuscita incredibilmente ad approdare al terzo turno della Coppa d’Inghilterra, e ora il 3 di gennaio sarebbe scesa a Londra a giocare contro lo West Ham United al Boleyn Ground, dove, non solo ovviamente i 1.867 abitanti di Emley potevano sistemarsi comodamente larghi, ma dove forse si sarebbe potuto infilare buona parte delle case del paesino.

Insomma tutti i principali quotidiani nazionali si recarono su al nord per visitare Emley e la maggior parte di loro, dopo aver visto il posto e il Welfare Ground, non credevano ai loro occhi. Come poteva questa piccola squadra, allenata dallo scozzese Ronnie Glavin, competere e impensierire il West Ham guidato da Harry Redknapp, ottavo in quel momento in Premiership. Un club vincitore tre volte della FA Cup, una volta della Coppa delle Coppe, dove un giocatore riceveva 10.000 sterline a settimana e vestiva tutti i giorni abiti firmati. Solo in FA Cup queste cose potevano accadere stranezze che si avverano, in una competizione che non ci stancheremo mai di definire davvero unica.

Eppure l’Emley AFC, a dire il vero non era del tutto un illustre sconosciuto. Il club era stato fondato ufficialmente nel 1903 con il nome di Emley Clarence FC, dal 1960 era iscritto con un certo successo ai campionati dilettantistici nazionali, e nel 1988 era anche riuscito ad arrivare a Wembley a giocarsi la finale del Vase dove però dovette cedere 1-0 al Colne Dynamoes.

Fatto sta che nei turni preliminari della FA Cup 1997/98 le “pewits”, che in italiano suona come pavoncelle, eliminano nell’ordine: Workington Town, Durham City, Belper Town, e Nuneaton Borough. Sembrava già un’impresa essere arrivati al primo turno, dove cominciavano a entrare in scena squadre professionistiche di terza e quarta divisione. Insomma poteva bastare così. Se sabato 15 novembre 1997 l’Emley fosse uscito con le ossa rotte da Morecambe, tutto sommato poteva anche starci. In paese avrebbero fatto una bella festa, qualche bevuta, e poi il lunedì successivo tutti a lavorare. E, in effetti, le cose non cominciarono per niente bene, il Morecambe segnò e chiuse il primo tempo in vantaggio. Se non che, nella ripresa un certo Ian Banks detto “Banger”, un ex giocatore di categorie superiori venuto a Emley a chiudere la carriera agonistica, mise a segno un calcio di rigore che fisserà il match sull’1-1, rimandando tutto al replay. Un incontro, quello disputato dieci giorni dopo, caratterizzato da sprazzi di pioggia e repentine incursioni di nebbia. In quell’atmosfera da letteratura gotica, già di per se carica d’adrenalina, non avrebbe impressionato nessuno nemmeno l’ingresso sul terreno di gioco di un cavaliere senza testa al galoppo. Tutti sarebbero rimasti concentrati ad osservare le azioni di gioco, ad applaudire alla doppietta di Glynn Hurst, e al centro di Garry Marshall. In un alternanza di emozioni incredibili fra tempi regolamentari e supplementari, che portarono la gara sul 3-3, e quindi alla lotteria dei calci di rigore nella quale l’Emley fu più preciso e fortunato dei suoi avversari, conquistando così il secondo turno.
L’avversario si conosceva già dopo il sorteggio effettuato al termine del primo match di Morecambe, ovvero il Lincoln City, che attendeva i petwits a Sincil Bank il 6 dicembre con malcelata soddisfazione. A non far scommettere nemmeno un penny sull’Emley ,servì sapere che all’incontro contro la squadra allenata dall’astuto e malizioso John Beck non avrebbero partecipato ne il capitano Banks ne il centrale difensivo Neil Lacey che si presentò con un paio di stampelle a causa dell’infortunio rimediato nell’ultima gara di campionato con il Solihull Borough. Una disfatta annunciata? No. Anche stavolta i clarets&blu non si scomporranno più di tanto di fronte alle folate offensive dei padroni di casa. Nemmeno il vantaggio quasi immediato degli Imps minerà le certezze dei ragazzi dell’Emley, tanto che prima della fine del primo tempo, Hurst da una quindicina di metri sbucando quasi dal nulla, infilò in porta il pallone dell’pareggio. I fuochi d’artificio però dovevano ancora arrivare. A sei minuti dalla fine un cross dalla destra di Hurst cadde nella zona di Deiniol Graham. Deiniol alzò gli occhi al cielo un po’ per ringraziare gli avi di averlo messo nel posto giusto al momento giusto, un po’ per capire come si sarebbe dovuto coordinare per colpire al meglio la sfera. L’impatto fu perfetto, e il portiere del City sfiorò solo leggermente la palla che terminò violentemente in rete per il visibilio dei fan dell’Emley. Solo che il calcio è maledettamente crudele, e da un abisso di felicità, si precipita nella depressione più cupa. E infatti, quasi a giochi fatti i padroni di casa troveranno un insperato pareggio sul quale Chris Marples non poté opporsi.

Certo, chi di Emley non avrebbe firmato per un pareggio prima della gara? Sicuramente tutti, ma per come si erano messe le cose c’era di che infuriarsi. In ogni caso i rimpianti adesso non servivano. Bisognava disputare un’altra partita con il Lincoln City, e l’Emley AFC lo avrebbe fatto a Huddersfield al McAlpine Stadium, poiché, il piccolo impianto locale non avrebbe certo sopportato la richiesta di biglietti e di sicurezza. Su Huddersfield nevicava. Quello del maltempo sarà un fattore che accompagnerà l’Emley anche a Londra e qualcuno azzardò che fosse il portafortuna della squadra. Intanto quella sera andò una meraviglia, in una partita non troppo adatta ai deboli di cuore. I novanta minuti si chiusero su uno scoppiettante 3-3 grazie alla marcatura di Hurst e soprattutto alla doppietta di Steve Nicholson. I tiri dal dischetto furono “l’interregno” di Chris Marples, e la precisione dei suoi compagni fece il resto. Emley 4- Lincoln City 3. Il villaggio andava a Londra. Nessuno ci credeva, sgorgò qualche lacrima, e partì il coro “we’re going to Upton Park”. Quella fu la più grande notte di sempre di questo club, e i giorni successivi in molti si stupirono di trovarsi fuori dal giardino le telecamere di Sky.

Il sabato londinese è maltempo allo stato puro. Un 3 di gennaio, soldato fedelissimo al Generale Inverno. Pioggia e vento flagellano la capitale. I tifosi dell’Emley furono sistemati sulla parte inferiore della Centenary Stand. Sono tanti, forse troppi, sicuramente più dei 1.800 che abitano il paese. Probabilmente qualcuno da Huddersfield e da Barnsley è sceso con loro a dare man forte. Lo West Ham iniziò la partita senza Steve Lomas (squalificato), e Andy Impey (infortunato), più John Moncur e Ian Bishop non in perfette condizioni e con Rio Ferdinand costretto a giocare in un ruolo di centrocampista a lui non troppo familiare. David Unsworth si mise la fascia di capitano degli Hammers per la prima volta e una certa emozione gli si dipinse sul volto. E l’Emley? I 26.000 del Bolyen osservano questo gruppo in maglia bianca da trasferta (per non confondere la propria divisa con quella quasi identica dell’West Ham) con una certa curiosità e perplessità. Poi non appena l’arbitro da il via alla gara sembra che le sette divisioni di differenza che intercorrevano fra i due club ci siano tutte, e forse anche di più. Subito una traversa di Paul Kitson, e cinque minuti d’orologio dopo Frank Lampard porta i “martelli” avanti 1-0.

Pare tutto facile, tutto fin troppo semplice, come da previsione del resto. Nel secondo tempo invece, è tutta un’altra storia. L’Emley, appare rinvigorito dalla pausa, quello stadio non fa più molta paura, nemmeno il West Ham appare una corazzata. ”Gli abitanti del villaggio”, composto di postini, venditori di assicurazioni e un vigile del fuoco tra gli altri, sconvolge l’intero stadio sulle conseguenze di un maldestro calcio d’angolo che gli Hammers non riuscirono ad evitare. Dalla bandierina Dean Calcutt indirizzò uno spiovente che impatta nella testa calva di Paul David. Craig Forrest cercò di smanacciare qualcosa, ma tutto tranne che il pallone. 1-1.

E sorprendentemente, sull’onda euforica del pareggio quelli del West Yorkshire si spingono coraggiosamente in avanti alla ricerca del colpo assassino, del Giant Killing epocale. Ma il loro eroismo non sarà premiato. Con solo otto minuti rimasti da giocare, Stan Lazarides serve un pallone telecomandato in area di rigore verso “il troppo smarcato” John Hartson, che di testa chiuderà il conto. A questo punto l’Emley appare visibilmente scosso, stanco e demoralizzato, ma al fischio finale, l’intero Upton Park si alzò ad applaudire questa squadra che era venuta fin qui a cercare un sogno.

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di Simone Galeotti

FA CUP FINAL 1973 Sunderland – Leeds

Quando il signor Ken Burns da Stourbridge fischia la fine dell’incontro, lo spicchio di Wembley colorato di biancorosso esplode in un boato di gioia. E Bob Stokoe si alza dalla panchina e corre. Il Sunderland ha appena conquistato la sua seconda FA Cup battendo in una finale palpitante di emozioni, il Leeds United di Don Revie. Lo ha fatto non solo da sfavorito ma anche da compagine di seconda divisione. Era la prima volta dal dopoguerra che un team “cadetto” saliva i gradini del royal box per ricevere il trofeo. Accadde anche nel 1931 con il WBA. Accadrà di nuovo nel 1980 quando un frizzante e irrispettoso West Ham befferà l’Arsenal detentore. Anche quel 5 maggio 1973 i bianchi di Elland Road si inchineranno al Sunderland da campioni uscenti. Corsi e ricorsi storici. Poesia e bellezza della coppa più antica del mondo. E intanto, Bob Stokoe continua a correre. Bob Stokoe è il manager dei black cats da cinque mesi. Ha raccolto una squadra che navigava nelle torbide acque dei bassifondi di classifica dell’ostica second division. Con lui al timone il Sunderland virerà decisamente verso posizioni di classifica di tutto rispetto e sopratutto raggiungerà l’atto finale della coppa. Corre impazzito di felicità. Corre verso Jimmy Montgomery. Corre ad abbracciare quel portiere che con due parate strepitose ha consentito al club del nord est d’Inghilterra di mantenere la rete di vantaggio e aggiudicarsi la coppa. La sua corsa a braccia aperte, cappello marrone a nascondere una calvizie incipiente, impermeabile trench beige sopra la tuta d’ordinanza rossa, resterà nella memoria come uno dei momenti più carichi di entusiasmo e commozione di sempre. Ad immortalarlo in quell’attimo, saranno non solo le riprese televisive e i flash dei fotografi, ma anche una statua che oggi campeggia all’esterno dello Stadium of Light. Omaggio e tributo all’uomo. Ricordo e testimonianza per chi quel giorno l’ha vissuto. Ma anche per chi non c’era. Per chi ci sarà, e vorrà capire la magia di certe emozioni. Per lui la vittoria sarà doppia. Racconterà che un giorno quando era alla guida del Bury, Don Revie cercò di corromperlo per favorire il successo dei suoi. L’incrocio di destini è straordinario se si pensa che Brian Clough forse il maggior nemico giurato di Revie si infortunò giocando guarda caso per il Sunderland proprio contro il Bury di Stokoe, per poi prendere il posto di Donald George Revie al Leeds quando quest’ultimo assunse la guida della nazionale. Come detto in precedenza c’era già una coppa d’Inghilterra nella vetrina dell’argenteria del Roker Park, il vecchio e glorioso stadio del Sunderland. Costruito per rivaleggiare in grandezza con gli odiati vicini di Newcastle ed inaugurato nel 1898. Fu abbandonato nel 1997 a favore di un complesso di case residenziali e per far posto al nuovo Stadium of Light. Un gioiello. Moderno e confortevole. Ma il cuore di tanti tifosi pulsa ancora sotto inclementi colate di cemento. Quella coppa, la prima, era datata 1937. Per gli annali, il Sunderland si impose 3-1 sul Preston di fronte a 121919 spettatori. Per la statistica andarono a segno Gurney, Carter, e Burbanks. Per i romantici, un ragazzino di dodici anni, Billy Morris, entra a Wembley con un gattino nero in tasca. Un portafortuna. Sarà uno dei motivi (ma non l’unico) per cui nel 2000 quando il club decise di indire un referendum per eleggere definitivamente il nick name della squadra l’appellativo “Black Cats” vincerà con largo margine. La FA Cup 1973 inizia nel tradizionale “terzo turno” di gennaio dove entra in scena la nobiltà vecchia e nuova di prima e seconda divisione. Inizia a Nottingham, sponda Notts County. Al Meadow Lane finirà 1-1, ma nel replay giocato in casa tre giorni dopo il Sunderland si imporrà per 2-0. Al quarto turno servirà ancora una ripetizione per decidere chi potrà accedere al turno successivo. Dopo che il Reading ha imposto il pareggio per 1-1 al Roker Park i biancorossi vanno a vincere in trasferta 3-1. Negli ottavi o se preferite al quinto turno l’abbonamento al replay del Sunderland prosegue. E questa volta il club di Stokoe fa una vittima illustre. Il Manchester City che aveva eliminato il Liverpool. Al Maine Road è un autentica battaglia che terminerà sul 2-2. Ma in casa il Sunderland non fa sconti e i Citizens si arrendono. 3-1!. La coppa entra nel vivo e sabato 17 marzo nei quarti di finale, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. I Black cats pescano il Luton Town e lo affrontano fra le mure amiche. Finirà 2-0 e per il club di Roker park si aprono le porte di Hillsborough. Si aprono le porte della semifinale, preludio agli sfarzi di Wembley. Ma l’impresa è ardua. C’e da battere l’Arsenal e l’emozione di certe serate. In quelle semifinali ad eccezione del Sunderland che come detto militava in seconda divisione, gli altri tre team erano tutte squadre di massima serie e tra le altre cose anche le migliori visto e considerato che al termine del campionato l’Arsenal giunse secondo alle spalle del Liverpool campione, il Leeds United si classificò terzo e il Wolverhampton Wanderers finì la stagione al quinto posto. Sunderland- Arsenal, dunque. E’ il 7 aprile 1973. La muraglia umana dei tifosi è impressionante su tutti i lati dello stadio. Ci saranno in totale oltre 55000 spettatori. Per la città di Sunderland è già un evento. Si muoveranno in 23000, fra treni, autobus, e mezzi privati. I gunners scendono in campo con la maglia da trasferta gialla su pantaloncini blu, come al solito un effetto cromatico straordinario sul rettangolo verde. Il Sunderland opta per un impeccabile tenuta completamente bianca. La damigella al gran ballo dell’aristocrazia. Su Hillsborough tira un vento insidioso. I centrali dell’Arsenal commettono un errore sulla ribattuta dei centrocampisti avversari e Vic Halom ne approffitta per battere Wilson con un mezzo pallonetto. Alla fine del primo tempo i ragazzi di Stokoe sono avanti 1-0. Nella ripresa la convinzione di potercela fare cresce con il passare dei minuti e diventa quasi una certezza quando Hughes di testa raddoppia per i suoi su una rimessa in gioco di Bobby Kerr spizzicata leggermente da Dennis Tueart. L’Arsenal proverà a rientrare in partita ma il goal di Charlie George nel finale di gara non sarà sufficiente. Il Sunderland andrà a Wembley a giocarsi la finale con il Leeds United che intanto nell’altra semifinale, ha battuto i Wolves 1-0 a Maine Road con una rete di Billy Bremner. Immediatamente si scatenò un autentica corsa al biglietto. Tutta Sunderland avrebbe voluto scendere a Londra. Una Sunderland quella dei primi anni settanta che ancora vantava uno dei cantieri navali più importanti del mondo, gli shipyards, dove generazioni di operai piegavano l’acciaio sotto cieli perennemente grigi, ma almeno con una busta paga a fine mese. Dove ancora le miniere non risentivano della crisi e degli scioperi degli anni ottanta. Dove il Wearmouth Bridge accoglieva il sempre maggiore volume di traffico cittadino. Il 5 maggio 1973, mentre il presidente della Federcalcio Inglese e il Duca di Kent salutavano le due squadre sotto le torri dell’ Empire Stadium, Sunderland era deserta. Coloro che erano rimasti a casa si incollarono a radio e tv per seguire la partita. Per le agenzie di scommesse non ci sarebbe stata partita. Troppo più forte il Leeds United. Troppo più smaliziata ed esperta la squadra di Don Revie che per ogni ruolo poteva permettersi di schierare un nazionale. Uno squadrone stellare temuto ovunque e che se nel campionato appena concluso era arrivato solo terzo, aveva raggiunto non solo questa finale di FA Cup ma anche l’atto finale della Coppe delle Coppe. Avrebbe sfidato il Milan di Rocco e Rivera a Salonicco, in una partita i cui echi risuonarono per molto tempo. Al 30° della prima frazione di gioco David Harvey il portiere del Leeds, alza sopra la traversa un pallonetto da quasi metà campo di Kerr. Dalla bandierina Billy Hughes scodella un pallone che carambola maldestramente sulle gambe di Halom, ma quel controllo approssimativo, permetterà allo scozzese Ian Porterfield, di battere violentemente a rete il goal dell’ 1-0. Sarà la rete che deciderà l’incontro, ma il momento decisivo è senza dubbio quello avvenuto a venti minuti dalla fine. Reaney mette in mezzo un pallone che Cherry gira verso la porta, ma Montgomery con un tuffo prodigioso dice di no deviando il pallone però nei piedi dell’accorrente Peter Lorimer. Sembra fatta per il Leeds, sembra che quel meraviglioso pallone color ocra debba placidamente terminare la sua corsa nelle capienti reti di Wembley. Ma il destino di quella partita è già stato scritto a favore del Sunderland e Montgomery riesce miracolosamente a intercettare la sfera che come impazzita carambola solo sulla traversa. E l’episodio che permetterà a capitan Kerr di alzare con orgoglio sul palco d’onore la coppa d’Inghilterra mentre nel cielo di Londra esplode l’urlo dei supporters biancorossi, e a Sunderland è festa grande. Al ritorno in città un autobus scoperto portò in parata gli eroi di Wembley da Carville a Roker Park, fra scene di genuino entusiasmo popolare. Ci riproveranno diciannove anni dopo. Ancora da squadra di seconda divisione. Ma il 9 maggio 1992 il Liverpool di Greame Souness si imporrà per 2-0 spegnendo i nuovi sogni di gloria dei black cats.

 

Simone Galeotti

La finale di FA Cup del 1953: Bolton-Blackpool

Bolton Wanderers: Hanson, Ball, Banks, Wheeler, Barrass, Bell, Holden, Moir, Lofthouse, Hassall, Langton. All: Bill Ridding

Blackpool: Farm, Shimwell, Garrett Fenton, Johnston, Robinson, Matthews, Taylor, Mortensen, Mudie, Perry. All: Joe Smith

Marcatori: Lofthouse 2′, Mortensen 35′, 68′, 89′, Moir 39′, Bell 55′, Perry 92′.
Arbitro: B.M. Griffiths di Newport

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Calato il sipario sul campionato, proclamati i verdetti e archiviate promozioni e retrocessioni, l’attenzione degli sportivi albionici si concentra sulla finale di FA Cup. A contendersi l’ambito trofeo, giunto all’ottava edizione dopo il secondo “cessate il fuoco” mondiale, sono Bolton Wanderers e Blackpool. Entrambe le formazioni non hanno ben figurato in campionato: i Trotters, con trentanove punti racimolati, non vanno oltre un deludente quattordicesimo posto, mentre, i Seasiders, pur non incantando, riescono ad ottenere una comunque onorevole settima piazza. Se però in campionato  stentano, diversamente si comportano nella coppa nazionale. Ineccepibile e senza sbavature è il percorso in Fa Cup del Bolton: i Trotters mettono in fila nell’ordine Fulham, Notts County, Luton Town, Gateshead ed Everton. Non da meno si dimostrano i Tangerines: i ragazzi di Joe Smith, pionere del calcio britannico che, per ironia della sorte, era stato una bandiera del Bolton, si sbarazzano dello Sheffield Wednesday nel terzo turno, liquidano l’Huddersfield Town nella quarta tornata, la spuntano dopo uno scomodo replay con il Southampton al quinto turno, espugnano  Highbury, prima di regolare, al Villa Park di Birmingham, il Tottenham Hotspur in semifinale. Il 2 Maggio, a Wembley, negli spogliatoi si respirano umori diversi: il Blackpool, distratto dalll’impellente appuntamento con la storia, ha perso rovinosamente 5-0 l’ultima partita di campionato con il Manchester City; meglio ha fatto invece la truppa di Bill Ridding, tecnico con un passato da giocatore su entrambe le sponde di Manchester, capace di imporsi 2-3 al Sant James’s Park di Newcastle.
Il peso della pressione è tutto sulle spalle del Blackpool. I Tangerines, capitanati da Harry Johnston, duttile terzino che votò tutta la propria esistenza da professionista ai Seasiders, non possono nuovamente fallire: ci sono da riscattare le finali perse nel 1948 e nel 1951, quando, rispettivamente Manchester United e Newcastele posero fine al sogno del Blackpool. E di Sir Stanley Matthews, leader tecnico della squadra, nonchè autentica leggenda del calcio mondiale, ma con ormai trentotto primavere sul groppone: per il futuro vincitore, della prima pioneristica edizione del Pallone d’Oro, l’ultimo atto di FA Cup con il Bolton, ha tutte le sembianze dell’ultima occasione utile per sollevare al cielo un trofeo. O la va o la spacca. Per il Blackpool, bramoso di ornare la bacheca  con la prima FA Cup della propria storia, e per Matthews, voglioso di apporre la proverbiale ciliegina sulla torta di una carriera leggendaria.
Di diverso avviso il Bolton. Che per mandare a gambe all’aria i piani bellicosi dei Tangerines, può contare su un inviadibile parco attaccanti: l’innato fiuto del goal di Nat Lofthouse, i guizzi mortiferi di Harold Hassall e le scorribande di Bobby Langton, funambolica ala prelevata nel ’49 dal Preston, daltronde, raccomandano prudenza. Prima che l’arbitro, il signor. Griffiths da Newport, dia il via alle ostilità, si consuma il consueto cerimoniale. Tra la baraonda dei centomila di Wembley, il Principe Filippo, duca di Edimburgo, guadagna il cerchio di centrocampo e si affretta a salutare i protagonisti della gara. Una fugace stretta di mano, qualche parolina sussurata agli uomini in campo e tanti sorrisi. Poi, scortato e circondato da un cordone di guardie e da alcuni notabili delle federazione, riprende il suo posto in tribuna. Dove, cappello chiccoso in testa ed elegantissimo tailleur a tinta unita, siede anche la regina Elisabetta II[1], in odore di un incoronazione che sarebbe avvenuta un mese più tardi. Sotto lo sguardo attento della regnante e del proprio consorte finalmente la sfera inizia a rotolare sul terreno di gioco.
Sin dai primi rintocchi si intuisce che la gara non lesinerà emozioni e adrenalina: passano soltano due giri di lancette e i Trotters sbloccano il risultato: Nat Lofthouse, monumento dei biancoblu, si accentra e tira; la conclusione non è irresistibile, ma Farm, ingannato da un rimbalzo innaturale della sfera, è costretto a capitolare.  Galvanizzato dal vantaggio il Bolton insiste e in più occasioni sfiora anche il raddoppio: solo il palo impedisce il bis personale a Lofthouse. Scossi dal torpore iniziale, dopo la mezzora, anche i Seasiders cominciano ad affaciarsi dalle parti di Hanson. E al 35′ pervengono al pareggio: a ristabilire la parità è un tiro di Sten Mortensen, sporcato quanto basta da una deviazione avversaria. Nemmeno il tempo di gioire per il recuperato equilibrio che, quattro minuti più tardi, i Wanderers sono di nuovo avanti: Langton scodella al centro, capitan Moir si materializza alle spalle dell’imbabolata difesa arancione e con un colpo di testa di giustezza, vanifica l’uscita aerea di Farm. La folla soddisfatta dallo spettacolo, applaude, mentre la regina chiede lumi, confabulando amabilmente con il vicino di posto. L’intervallo dovrebbe servire ai Tangerines per riordinare le idee e rientrare in campo con un altro piglio.
Ma, all’inizio della ripresa, sono ancora i Trotters a timbrare il cartellino: Eric Bell, in campo nonostante un tendine del ginocchio in cattivo stato, svetta e porta a distanza di sicurezza la truppa di Ridding. Sembra finita per il Blackpool: l’ennesimo incubo sta per consumarsi. Sir Stanley Matthews però ha idee diverse. Si rimbocca le maniche e inzia a regalare scampoli di classe cristallina.
Il numero sette è indemoniato, percepisce il momento di difficoltà dei suoi compagni e suona la carica. Al 68′ tira fuori dal cilindro un’azione magnifica: ubriaca di finte il poco malleabile Barrass, s’invola sulla corsia destra e scodella al centro; Hanson  è poco reattivo nella presa, Mortensen è lì e non si fa pregare per infilare la palla in fondo al sacco. La partita è di nuovo in piedi. Nuovo giro di giostra: il Bolton è in preda al panico, il Blackpool comincia a crederci. E all’89’ viene premiato: è ancora Mortensen, unico calciatore capace di realizzare un hattrick in una finale di FA Cup, con un siluro su punizione, a castigare il Bolton.
Ma non è finita. Matthews non ha ancora terminato di stupire. E, a recupero inoltrato,  propizia la rete dell’impensabile sorpasso: fa ammattire nuovamente la catena di destra dei biancoblu, guadagna il fondo e mette al centro un velenoso rasottera; Perry si libera dai tentacoli di Banks e con un destro di prima intenzione consegna la prima FA Cup della propria storia al Blackpool. La scenaggiatura hollywoodiana è presto completata: gli undici uomini vestiti d’arancione ricevono trofeo e medaglie direttamente dalle falangi regali della regina Elisabetta.

Note:
[1] Secondo alcune fonti quella di Elisabetta II, sarebbe la prima presenza di un monarca sugli spalti per assistere ad una partita di calcio; altri invece sostengono, documenti alla mano, che questo singolare primato spetti ad un altro sovrano: secondo questa corrente di pensiero, Giorgio V, si sarebbe accomodato in tribuna per gustarsi Burnley-Liverpool, finale della FA Cup 1914.
Altre curiosita: nel febbraio 2010 gli stivali calzati da Matthews nella finale sono stati battuti all’asta per £ 38.400, mentre quattro anni più tardi, un altro prezioso cimelio è stato portato a casa da un acquirente rimasto riservato: il  collezionista, scucendo dal proprio portafogli ben £ 220.000, si è aggiudicato la medaglia conquistata del baronetto.

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Vincenzo Lacerenza