C’era una volta… Il Blackburn Rovers ‘94/’95

Giuseppe Platania

All’alba del 1991, Ewood Park era un vetusto impianto con tre tribune su quattro risalenti a diversi anni prima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli spettatori, dall’alto di questi spalti antiquati e decadenti, assistevano un po’ nostalgici e infreddoliti alle dolorose, ruvide partite di Second Division del loro Blackburn Rovers Football Club, una squadra impegnata, anno dopo anno, a lottare con i propri denti per sfuggire ad un destino di retrocessione che prima o poi, temevano, avrebbe pur dovuto compiersi. Ma non sapevano ancora, all’epoca, che le cose, per mano di un uomo, sarebbero presto cambiate. In meglio, per giunta.
Giusto per fare qualche esempio, non avrebbero di certo immaginato, nel 1991, che nel giro di pochi anni la loro squadra avrebbe infranto per ben due volte di fila il record britannico di trasferimenti acquistando a suon di milioni – per l’epoca, s’intende – giocatori come Alan Shearer e Chris Sutton; o ancora, non si sarebbero di certo sognati di vedere un Ewood Park completamente ricostruito e messo a lucido, o di assistere alla nascita, praticamente dal nulla, di un moderno centro di allenamento a Brockhall Village, nella Ribbie Valley, 11 km a nord di Blackburn. Ancor meno, in tutta onestà, avrebbero immaginato di rivedere il Blackburn Rovers sul tetto d’Inghilterra, quattro anni dopo, al termine di una stagione culminata con un duello a distanza, tra Rovers e Manchester United, che sicuramente avrà fatto perdere qualche anno di vita a chi l’ha vissuto direttamente. Anni di vita che, c’è da sottolinearlo, nessuno ha finora più reclamato. Perché è stato tutto talmente limpido e intenso, talmente forte e significativo, che certi ricordi, certe sensazioni, non li scambierebbero più per nessun’altra cosa al mondo. Succede solo una volta nell’esistenza di un tifoso, e per un tifoso del Blackburn Rovers è la cosa più bella che possa essere mai accaduta: eterna linfa vitale, dolci ricordi che definiscono un prima e un dopo nell’ordine delle cose.

L’uomo del Sogno ha un nome e cognome, che resteranno per sempre scolpiti nella storia del Blackburn: Jack Walker. Per tutti, simpaticamente ‘Uncle Jack’, Zio Jack. Un appellativo quasi di confidenza, che denota l’origine locale dello storico proprietario dei Rovers. Jack Walker è infatti è un uomo di Blackburn, nato e formatosi nel Lancashire. Ha lasciato la scuola a 13 anni per lavorare come operaio in un’azienda dedita alla lavorazione del metallo e, dopo la morte del padre, a poco a poco, ha cominciato a costruire il suo piccolo impero, la Walkersteel. Una creatura che nel giro di pochi anni si è imposta in un ruolo leader nel panorama dell’industria del metallo britannico. Insomma, un ‘local boy’ divenuto grande. Sempre nel suo Lancashire, nella sua Blackburn. La lungimiranza di Walker è stata tale che nel 1988, pochi anni prima della recessione in Inghilterra, l’industriale inglese ha deciso di vendere con una tempistica perfetta la Walkersteel alla British Steel Corporation, ad una cifra record per l’epoca. E’ in questi anni che matura l’idea di risollevare le sorti della squadra di football della sua città, il Blackburn Rovers, di cui è stato da sempre tifoso. Comincia a farlo, sempre nel 1988, donando gratuitamente i materiali edili necessari per la ristrutturazione della nuova Riverside Stand del vetusto impianto di Ewood Park. Finisce infine per acquistare tutto il club, nel 1991, cambiandone per sempre le sorti. Quella di Jack Walker non è la classica, moderna e poco romantica storia del magnate giunto da lontano interessato ad investire capitali nel calcio europeo per un profitto a breve termine. Situazione che, per altro, a parte poche illuminate eccezioni, sta creando disastri su disastri nelle varie divisioni inferiori del calcio inglese, con buona pace dei tifosi. Quella di Jack Walker – dal 1991 in poi, Zio Jack – è, al contrario, la storia fortunata di un ragazzo di Blackburn che, divenuto grande, ha voluto restituire qualcosa alla sua città. Una grigia città del nord che, prima del suo arrivo, aveva pochi motivi per sognare qualcosa di importante.

Per capire l’impatto che Uncle Jack ha avuto sulla storia del Blackburn Rovers, bisogna riavvolgere il nastro e tornare alla seconda metà degli anni ’80. I Blues and Whites vivono un periodo buio. Sfiorano la retrocessione dalla Second Division nella stagione 1985-86 e siccome le cose non sembrano prendere una piega migliore all’inizio dell’annata successiva, Bobby Saxton, a Natale, viene definitivamente esonerato dal club. A Blackburn giunge allora Don Mackay, che a poco a poco risolleva le sorti dell’undici del Lancashire, terminando la sua prima mezza stagione in dodicesima piazza. Per tre stagioni consecutive, anche grazie all’arrivo di giocatori del calibro di Ossie Ardiles, Steve Archibald e Frank Stapleton – secondo la leggenda, portati a Blackburn proprio grazie al contributo di Jack Walker, che già in quegli anni cominciava ad interessarsi alle sorti della sua futura squadra – i Rovers di Mackay arrivano in quinta piazza, sfiorando anno dopo anno la promozione. Promozione che si tramuta ufficialmente in maledizione quando, nel 1990, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, il Blackburn fallisce il play-off contro lo Swindon. A questo punto il malumore torna a regnare ad Ewood Park, ma è uno stato d’animo destinato a perdurare per brevissimo tempo, perché sta per entrare in scena Mister Jack Walker, per tutti Uncle Jack. L’imprenditore locale preleva ufficialmente il club nel gennaio del 1991. Correva l’anno calcistico 1990-91, un’annata di estrema sofferenza per un Blackburn Rovers irrimediabilmente scottato dalla sconfitta nei play-off della precedente stagione. Don Mackay fa il possibile per scongiurare la retrocessione e, sfruttando a dovere i fondi che Uncle Jack gli mette subito a disposizione, riesce a terminare in diciannovesima piazza: i Blues and Whites rimangono dunque in Second Division. Conclusosi definitivamente l’anno di transizione, Walker fissa subito gli obiettivi della sua gestione e non ha paura di esprimerli pubblicamente: il suo Blackburn dovrà tornare presto in Premier Division, ritagliarsi uno spazio all’interno dell’élite del calcio inglese e, nel giro di pochi anni, andare a competere con i migliori club europei. Dà quindi il benservito a Don Mackay e chiama a Blackburn niente meno che Kenny Dalglish, che ha appena concluso la sua esperienza vincente al Liverpool. Firma nell’ottobre del 1991, la data ufficiale dell’inizio del Sogno del Blackburn Rovers.

Il palmarès del Blackburn Rovers FC

Premier League: 1994-95
Division One: 1911-12; 1913-14
Division Two: 1938-39
Division Three: 1974-75
FA Cup: 1884; 1885; 1886; 1890; 1891; 1928
League Cup: 2002

Il manager scozzese ha fin da subito un grande impatto all’interno dello spogliatoio dei Rovers, ma se riesce a risalire la china della classifica è anche grazie all’aiuto dei nuovi innesti portati nel Lancashire da Jack Walker: Alan Wright dal Blackpool, Colin Hendry dal Manchester City, ma soprattutto Mike Newell dall’Everton, che insieme a David Speedie formerà una coppia d’attacco a dir poco micidiale per la categoria. A dicembre il Blackburn di Dalglish ha già agguantato la terza piazza della classifica, ma è solo nell’ultimo weekend stagionale, dopo alti e bassi primaverili, che i Blues and Whites conquistano un posto nei play-off, battendo il Plymouth Argyle per 3-1 con una super tripletta di Speedie. Siamo nel maggio del ’92, alla vigilia delle due partite più folli della storia recente del Blackburn, la doppia semifinale dei play-off contro il Derby County. Ad Ewood Park i Rovers non ci capiscono nulla per quindici minuti e i Rams sono già in vantaggio di due reti alla metà della prima mezz’ora di gioco. Fortunatamente, Scott Sellars trova la zampata vincente per accorciare lo svantaggio al 30’, dopodiché Newell riesce incredibilmente a pareggiarla poco prima dell’intervallo. Nella ripresa la doppietta di David Speedie manda i Rovers in paradiso e nonostante i brividi della semifinale di ritorno (sconfitta per 2-1 al Baseball Ground), il Blackburn di Dalglish vola a Wembley per giocarsi la Premier Division col Leicester City. Vincerà 1-0, grazie al rigore di Mike Newell, che permette al Blackburn, in quel magico pomeriggio soleggiato londinese, di divenire un membro fondatore della neonata Premier League.

Con la promozione, viene realizzato solo il primo grande sogno di Jack Walker: il secondo, a breve termine, era infatti il nuovo stadio. Dopo la finale dei play-off, nel giugno del ’92 viene data l’approvazione ai lavori del nuovo Ewood Park, che hanno portato, nell’arco di circa tre anni, alla costruzione di un impianto da 31,000 posti tutti a sedere, il cui fiore all’occhiello è rappresentato dalla mastodontica Jack Walker Stand, un capolavoro da 11,000 posti che ha rimpiazzato la vecchia Nuttall Street Stand e che ha preso il nome proprio dallo storico proprietario dei Rovers. Con un Ewood Park finalmente ammodernato e tirato a lucido, si prospettavano anni magici dalle parti di Blackburn, e a ragione. Conquistata la neonata Premier League, Uncle Jack provò fin da subito a tener fede alle sue promesse iniziali mettendo a segno un colpo clamoroso, al termine di un estenuante duello di mercato col Manchester United di Alex Ferguson: nel Lancashire arrivò infatti niente meno che Alan Shearer, sogno offensivo di squadre ben più blasonate del Blackburn, quali i Red Devils, appunto, e il Liverpool. Shearer si aggregò alla truppa di Dalglish al termine di una trattativa che divenne un vero e proprio tormentone dell’estate del 1992, reduce per altro da un Europeo con l’Inghilterra sottotono, fatto di una sola presenza nella fase a gironi e zero reti all’attivo. Fu infranto ogni record nelle logiche del calciomercato inglese: per l’esorbitante cifra – per quei tempi – di 3,6 milioni di sterline, infatti, l’ex-Southampton, a 22 anni, si accasò alla corte dei Rovers, che per giunta cedettero ai Saints, nel contesto della trattativa, David Speedie, per nulla felice di lasciare il Blackburn. Da quel momento in poi, i Rovers e Shearer divennero una cosa sola, un tutt’uno, un sogno meraviglioso che ancora risplende di luce propria nelle memorie dei tifosi di Ewood Park. La prima stagione in Premier League andò oltre ogni aspettativa. Il Blackburn Rovers, che giocava in quella splendida divisa targata Asics e sponsorizzata dalla birra scozzese McEwan’s, arrivò quarto, un punto dietro il Norwich City terzo (per comprendere l’importanza del traguardo, basti pensare che allora la terza piazza valeva il biglietto d’entrata in Coppa UEFA) e a tredici dal Manchester United campione d’Inghilterra. E pensare che questa meravigliosa annata Shearer non poté nemmeno godersela tutta: infortunatosi al legamento del crociato anteriore destro in dicembre, in un match di campionato contro il Leeds United, il ragazzo di Newcastle non andò oltre le 21 presenze, segnando comunque la bellezza di 16 gol. Ma c’era ancora tempo; stagioni più prospere e fiorenti si profilavano all’orizzonte: quei giorni erano fatti di un sapore che chiunque, a Blackburn, cominciava a pregustare con appagante attesa. Nella stagione 1992-94 si andò parecchio oltre. Quell’anno, infatti, il Blackburn lottò per il titolo con il Manchester United. Sebbene i Red Devils di Alex Ferguson occuparono la prima piazza per gran parte della stagione, in primavera il gap venne parecchio diminuito, ma la vittoria nello scontro diretto di Ewood Park (2-0, con superba doppietta di un ritrovato Shearer, che a termine stagione avrà realizzato un bottino complessivo di 34 centri) non bastò per sperare nel successo finale: il titolo di Campioni d’Inghilterra andò nuovamente alla corazzata di Alex Ferguson, ma il Blackburn arrivò secondo a otto lunghezze, ottenendo il piazzamento più alto della sua storia in 80 anni e, soprattutto, una storica qualificazione in Coppa UEFA, dopo averla solo sfiorata la passata stagione.

Zio Jack realizzò dunque il suo terzo sogno: entrare a far parte delle squadri più forti d’Europa. Si rese conto, allo stesso tempo, che per lottare per il titolo inglese e competere sui palcoscenici europei, sarebbe servito qualcosa in più. Un nuovo importante innesto, tanto per cominciare. Si scrisse ancora la storia del calciomercato britannico quando nell’estate del ’94 Chris Sutton si aggregò alla corte di Kenny Dalglish per la cifra record di 5 milioni di sterline, direttamente dal Norwich City. Il ragazzino di Nottingham, alla sola età di 21 anni, andò a formare una partnership d’attacco che rimarrà per sempre nella memoria del calcio inglese: la leggendaria ‘SAS’, ‘Sutton and Shearer’, una delle coppie più prolifiche, belle e romantiche della storia della Premier League. Quel Blackburn, però, non si limitava alla sola SAS. Kenny Dalglish poteva vantare di giocatori del calibro del terzino mancino Graeme Le Saux, del centrocampista David Batty, del capitano Tim Sherwood, del roccioso norvegese Henning Berg, del colosso scozzese Colin Hendry, nonché del già citato Mike Newell e di un giovanissimo Shay Given, ai tempi riserva del più esperto Tim Flowers. La stagione 1994-95 che stava per cominciare sarebbe rimasta per sempre scolpita nella memoria di tutti gli appassionati di calcio d’Inghilterra come una delle annate più belle e coinvolgenti di sempre. Il Blackburn cominciò quella stagione con la trasferta di Southampton, finita per 1-1. Chris Sutton si mise subito in mostra, sfiorando a più riprese il primo gol stagionale dei Rovers, ma sprecando il più delle volte sotto porta. Ci pensò dunque Alan Shearer, proprio su assist del suo compagno di reparto, a ristabilire l’equilibrio dopo che i Saints si erano portati avanti nel primo tempo con la rete di Nicky Banger. Poco male, perché appena tre giorni più tardi gli uomini del Lancashire ottennero una vittoria con stile contro il Leicester, per 3-0, ad Ewood Park. In quell’occasione fu proprio Sutton a mettere la firma sul primo gol casalingo della stagione, mettendo il primo tassello sui suoi 15 gol in campionato. Fu il primo di una serie di larghi successi, inframezzati solo dal pari a reti bianche in casa dell’Arsenal. La prima sconfitta, invece, giunse a Norwich, per 2-1, seguita, tre giornate più tardi, dalla disfatta casalinga nello scontro diretto contro il Manchester United. Fu un pomeriggio piuttosto controverso: i Rovers si portarono avanti con Paul Warhurst, ma allo scadere del primo tempo l’arbitro assegnò un discusso penalty allo United ed espulse il colosso norvegese Berg, permettendo ad Eric Cantona di pareggiare prima dell’intervallo. I Red Devils, in superiorità numerica, vinsero per 2-4 ad Ewood Park, ma il Blackburn reagì magnificamente alla batosta, infilando una serie strepitosa di 12 risultati utili consecutivi, di cui 1 pareggio e 11 vittorie, tra le quali, memorabili, il 3-2 rifilato al Southampton – con Shearer e Le Tissier protagonisti indiscussi della gara – e il 4-2 al West Ham United, sempre ad Ewood Park, con tripletta di Alan Shearer. La prima sconfitta dopo questo filone impressionante di vittorie, arrivò, guarda caso, all’Old Trafford, nella gara di ritorno contro il Manchester United, il 22 gennaio 1995: finì 1-0 per i padroni di casa, che vinsero grazie al gol di Eric Cantona all’80’. Tre giorni dopo proprio il francese, in un raptus di follia, concluse la sua stagione per squalifica in seguito al tristemente celebre assalto ad un tifoso di Selhurst Park, in una partita che lo United pareggiò per 1-1 contro i padroni di casa del Crystal Palace.

La classifica marcatori FA Premier League 1994-95

Gol Marcatori Squadra
34 Alan Shearer Blackburn
25 Robbie Fowler Liverpool
24 Les Ferdinand QPR
22 Stan Collymore Nottingham Forest
21 Andy Cole Newcastle/Man Utd
20 Jurgen Klinsmann Tottenham

 

Ormai non c’erano più dubbi: nonostante le due sconfitte negli scontro diretti, il Blackburn Rovers se la stava giocando ad armi pari con lo United per il titolo nazionale. Specialmente a partire da gennaio, quando il Newcastle United, ceduto Andy Cole ai Red Devils alla cifra record di 7 milioni di sterline, si auto-proclamò ufficialmente fuori dai giochi nella corsa al titolo. A partire dal nuovo anno fu il Blackburn a rimanere saldamente in sella alla testa della classifica. Per contro, il cammino nelle coppe fu a dir poco disastroso. Gli uomini di Dalglish non ebbero nemmeno il tempo di assaporare il gusto del calcio europeo che vennero eliminati nel primo turno di Coppa UEFA per mano degli svedesi del Trelleborgs. Neppure nei tornei nazionali andò meglio: non si superò infatti il quarto turno in Coppa di Lega, mentre la FA Cup si concluse al terzo, a vantaggio del Newcastle di Kevin Keegan. Poco male, perché ormai il Blackburn rincorreva a vele spiegate il sogno della Premier League: tirare i remi in barca, a quel punto della stagione, aveva poco senso. Più ci si inoltrava nella primavera, più diventava difficile mantenere i nervi saldi. Eppure, per impedire al Manchester United di conquistare il suo terzo campionato consecutivo, era necessario uno sforzo psicologico immane, oltre che fisico. La corsa alle fasi finali della stagione fu un duello serrato, sudato, sofferto. Tra febbraio e aprile, i Rovers infilarono un’altra serie di dieci risultati utili consecutivi, ma alla quintultima giornata arrivò una pesante sconfitta per mano del Manchester City, che vinse ad Ewood Park per 2-3. La reazione arrivò tre giorni più tardi contro il Crystal Palace, ma anche la penultima trasferta stagionale fu ostile agli uomini di Kenny Dalglish, che uscirono sconfitti da Upton Park con un secco 2-0. A due giornate dal termine il Blackburn era ancora in prima posizione, ma tutto sostava pericolosamente lungo il sottilissimo filo di un fragile equilibrio. Un altro passo falso e sarebbe stata la fine. L’ultima di Ewood Park, nella quale si registrò anche il record di presenze stagionale (30,545 spettatori ad assistere all’ultima casalinga dei propri beniamini) si concluse con un tiratissimo successo: 1-0 al Newcastle, ancora Shearer. La classifica, alla fine dei novanta minuti, recitava così: Blackburn Rovers 89, Manchester United 87. Ballavano due pericolosissimi punti tra le due compagini. Ora toccava andare ad Anfield, a giocarsela col Liverpool, mentre lo United era ospite del West Ham a Londra. La data è quella del 14 maggio 1995.

Fu una delle ultime giornate più folli ed esaltanti dell’intera storia calcistica moderna. Tutto era cominciato al meglio per il Blackburn: Alan Shearer aveva aperto le marcature al 20’ siglando il suo 37° centro stagionale, mentre il West Ham, dopo essersi fatto mettere sotto per mezz’ora da un grande United, aveva clamorosamente spezzato l’equilibrio di risultato con la rete di Michael Hughes al 31’. Tuttavia, nella ripresa, il contesto viene del tutto ribaltato. I Red Devils agguantano il meritato pareggio al 52’ grazie a Brian McClair, mentre a Liverpool i Reds annullano il vantaggio dei Rovers al 64’ con il gol di John Barnes. In questi istanti il Blackburn sarebbe campione, ma la pressione inferocita degli uomini di Alex Ferguson mette in forte apprensione tutti quei tifosi che con gli occhi sono ad Anfield e con le radioline ad Upton Park. Se lo United avesse vinto e il Blackburn pareggiato, i Red Devils avrebbero conquistato il titolo per una mera questione di differenza reti. Dopo una stagione così, sarebbe stato decisamente troppo per chiunque. Dal 64’ in poi, quindi, un filo rosso di paura, apprensione, ansia e frustrazione collegava invisibilmente gli spalti di Anfield e quelli di Upton Park. Qui, sotto la Bobby Moore Stand, è un vero e proprio bombardamento. Il protagonista assoluto è un ragazzo di un metro e novantuno proveniente da Prostejov, Repubblica Ceca: Ludek Miklosko, che ha difeso con onore i pali degli Hammers tra il 1990 e il 1998. Ma soprattutto, quel pomeriggio, ha tenuto vive e vegete le speranze dei tifosi del Blackburn, dato che il suo West Ham nulla più aveva da chiedere al campionato, parando di tutto ad Andy Cole e soci. Quando Jamie Redknapp, al 93’, punisce Tim Flowers mettendo la firma sul successo del Liverpool, l’agonia dei tifosi del Blackburn è allo stremo. Ad Anfield la gara è virtualmente finita da un pezzo; la tensione attanaglia le caviglie dei giocatori dei Rovers. Non importa la sconfitta, la testa è solo ad Upton Park, da dove si attende febbrilmente ogni minima notizia. A ogni parata di Miklosko, un brivido gelido scende lungo la schiena del popolo biancoblu. Si suda freddo. I secondi che passano perdono il loro significato; il tempo è un eterno indefinito e confuso.  Quando il triplice fischio risuona sugli spalti di Upton Park, tutto ritorna alla sua chiarezza originale. I tifosi del Lancashire esplodono di una gioia troppo intensa per essere capita, Kenny Dalglish viene sommerso dagli abbracci dei suoi giocatori. 81 anni dopo, il Blackburn Rovers è Campione d’Inghilterra. L’ultimo Sogno di Uncle Jack, che lascerà questo mondo cinque anni più tardi, si è realizzato nel più incredibile dei modi.

La rosa campione d’Inghilterra 1994-95

1 Tim Flowers – POR [Eng] 14 Lee Makel – DIF [Eng]
2 Tony Gale – DIF [Eng] 15 Richard Witschge – CEN [Ola]
3 Jeff Kenna – DIF [Irl] 16 Chris Sutton – ATT [Eng]
4 Tim Sherwood © – CEN [Eng] 17 Robbie Slater – CEN [Aus]
5 Colin Hendry – DIF [Sco] 20 Henning Berg – CEN [Nor]
6 Graeme Le Saux – DIF [Eng] 21 Paul Harford – CEN [Eng]
7 Stuart Ripley – CEN [Eng] 22 Mark Atkins – CEN [Eng]
8 Kevin Gallacher – ATT [Sco] 23 David Batty – CEN [Eng]
9 Alan Shearer – ATT [Eng] 24 Paul Warhurts – CEN [Eng]
10 Mike Newell – ATT [Eng] 25 Ian Pearce – DIF [Eng]
11 Jason Wilcox – CEN [Eng] 26 Frank Talia – POR [Aus]
12 Nicky Marker – DIF [Eng] 31 Shay Given – POR [Irl]
13 Bobby Mimms – POR [Eng]  

LE DEUXIEME ROI, TITÌ

Gioca sempre per il nome scritto davanti alla maglia e loro ti ricorderanno per quello che hai dietro”. La formidabile figura di Thierry Henry può essere riassunta in questa frase, che, come poche altre, fa capire che tipo di calciatore è sempre stato il francese per i tifosi dell’Arsenal (e non solo). Quattro titoli di capocannoniere in Premier League e ben due Scarpe d’oro (prima di Messi e Cristiano Ronaldo, solo lui riuscì a vincerla per due anni consecutivi), due Campionati inglesi, tre Coppe d’Inghilterra e due Community Shield con la maglia dei Gunners, una Ligue 1 e una Supercoppa di Francia con il Monaco, due Campionati spagnoli, una Coppa e una Supercoppa di Spagna, una Champions League, una Supercoppa europea e un Mondiale per club con il Barcellona, oltre ad un Mondiale ed un Europeo nel biennio d’oro (1998-2000) della nazionale francese (di cui è ancora lo storico capocannoniere, con 51 reti realizzate). Questi sono soltanto numeri, che riescono sì a dare un’idea del meraviglioso apporto tecnico sempre fornito dal centravanti gallico, ma che non possono certo essere usati come unico modo per elogiarlo. Henry è sempre stato tanto altro. Henry era potenza, quando decideva di calciare dal nulla, con veemenza, da ogni posizione, come contro il Manchester United. Henry era velocità, quando puntava il suo diretto marcatore nell’uno contro uno. E, quando decideva di farlo, riusciva 9 volte su 10 nel suo intento (come nel 3-0 contro il Tottenham, quando mandò al bar praticamente tutta la difesa avversaria). Henry era furbizia, come quando, nel bel mezzo di una discussione con l’arbitro circa la giusta posizione per battere una punizione, decise di calciarla (e segnarla) senza attendere il fischio del direttore di gara. Henry era precisione chirurgica: gli bastava guardare un angolo del sette per posizionare il pallone laddove nessun portiere ci sarebbe mai potuto arrivare con le mani e nessun altro giocatore con il semplice pensiero (come nello 0-2 contro il Blackburn oppure col destro a giro commentato, con tanto di risata “godereccia”, da uno dei suoi più grandi estimatori, Massimo Marianella). Henry è stato, per distacco, l’acquisto più azzeccato da parte di Wenger (lo stesso allenatore che lo fece esordire con la maglia del Monaco, dopo che Arnold Catalano ne scoprì le innate doti), di sicuro la sua maggiore fonte d’orgoglio da quando siede sulla panchina dell’Arsenal: è a lui che “Titì” deve il cambio di ruolo, da ala (soprattutto nella Juve di Ancelotti, dove fu chiamato, per la cifra record di 11,5 milioni di euro, per sostituire nientepopodimeno che Alessandro Del Piero, non riuscendo, però, ad esprimere quasi mai il suo indubbio ed immenso talento) a centravanti puro, prima al fianco di Bergkamp e poi come unico terminale in quel modulo (4-5-1) in grado di produrre un gioco così spumeggiante da portare i Gunners a giocarsi la Champions League, a Parigi, nel 2006. Quella finale fu la partita che mise in campo coloro i quali erano considerati (e come pensarla diversamente) i due più forti calciatori del momento: Henry e Ronaldinho. Due dei calciatori più influenti del terzo millennio, due leggende estremamente nostalgiche, due fenomeni dalla tecnica sopraffina, che hanno contribuito alla visione del calcio come pura forma d’arte. Henry, dopo aver terminato la sua esperienza all’Arsenal, ha provato il blasone blaugrana e la suggestione americana con i NY Red Bulls, ma il suo cuore biancorosso, pochi anni dopo, gli ha suggerito di tornare a casa, a Londra. Anche se, stavolta, il teatro delle gesta del numero 14 non è stato più il leggendario Highbury, salutato ufficialmente il 7 maggio del 2006 (Arsenal-Wigan 4-2), con la tripletta di Henry, la qualificazione in Champions League a scapito degli Spurs e l’indimenticabile bacio al prato verde da parte dell’asso francese. Ed è in quel bacio che si può racchiudere l’amore profondo, mai perduto, di Titì col suo Arsenal. E col suo tempio. E con tutti i fans che, a dispetto di ogni fede calcistica, si sono innamorati dell’arte del calcio grazie alle perle del secondo numero 14 più amato della storia del pallone.

Angelo Abbruzzese

I Pionieri di Scozia

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Il club scozzese più antico è comunque il Queen’s Park, nato il 9 luglio del 1867, che anche ha la sua sede a Glasgow. Il 30 novembre del 1872 la nazionale scozzese che affrontò a Glasgow, sul terreno di West Ground di proprietà dello Scotland Cricket Club quella inglese era totalmente composta da calciatori del Queen’s Park. Oltretutto la divisa del Queen’s Park, maglietta blu, calzoncini bianchi e calzettoni rossi, divenne quindi la tenuta di gioco degli scozzesi, mentre lo stesso Queen’s optò per una maglia bianconera a righe orizzontali, tanto da assumere anche il soprannome di hoops oltre a quello di spiders. Il modo di giocare del Queen’s Park più evoluto, fatto di tanti piccoli passaggi al posto dei consueti lanci lunghi, ispirò anche le tendenze tattiche di tutti club inglesi.  Attualmente i bianconeri militano in Third Division, la quarta serie ed ultimo gradino della piramide calcistica scozzese a livello professionistico, ma nel 1800 vinsero ben 10 Coppe di Scozia e per 2 volte persero la finale della Coppa d’Inghilterra contro il Blackburn Rovers. Prima squadra non-inglese a giocare la finale di FA Cup. E’ una squadra storica e di enorme prestigio e la rivalità è in ballo soprattutto contro Partick Thistle, Clyde ed Albion Rovers. Il suo campo di gioco ufficiale è addirittura l’Hampden Park (52.000), di cui ne è proprietario. Uno stadio leggendario, tra i più belli d’Europa, di appartenenza ad un club con statuto dilettantistico che però ospita in qualche caso le edizioni dell’Old Firm, le finali di coppa e le partite della nazionale scozzese. Giocò per l’ultima volta in massima divisione nel 1958, anche perché conservò uno status amatoriale quando il mondo del calcio era passato palesemente al professionismo. Tentò di reggere il passo di Celtic e Rangers, ma fu impresa che divenne praticamente impossibile. Nel 1933, sul terreno di Cathkin Park, registrarono addirittura 97.000 spettatori in una gara di Scottish Cup contro i Rangers. Ludere causa ludendi, giocare per divertirsi, questo il secolare motto per un club dalle tradizioni inarrivabili. Il Queen’s detiene un altro di quei record affascinanti del football britannico, che porta la data addirittura del 9 ottobre del 1875, quando gli scozzesi sfidarono e batterono per 5-0 gli inglesi del Wanderers. Un risultato roboante e qul match segnò anche la prima distribuzione a pagamento di un match program, un’autentica istituzione per il calcio britannico. Da quel giorno ne nacque una vera e propria tradizione ed un collezionismo ricchissimo. 21.850 sterline sarebbero state pagate nel maggio del 2006 per il match program di Wolverhampton-Preston North End, finale di FA Cup del 1889, record assoluto. Tuttavia, la storia leggendaria dal finale purtroppo funesto appartiene al Third Lanark, club nato nel 1872 e scomparso purtroppo nell’estate del 1967, quando la squadra non riuscì ad iscriversi al campionato. Questo glorioso club di Glasgow fu pesantemente penalizzato dal proprio chairman, il presidente, Hiddleston che dopo gli enormi consensi conseguiti negli Anni Sessanta, portò lentamente il club al fallimento, svendendo a prezzi ridicoli i migliori calciatori della squadra e soprattutto interessato a cedere l’area di Catkhin Park, zona in cui sorgeva lo stadio del club che una volta era stata di proprietà anche del Queen’s Park, ma suolo edificabile e quindi appetito da molti imprenditori. Il Third Lanark aveva vinto uno scudetto e due coppe nazionali e riusciva orgogliosamente a tener testa anche alle blasonate Celtic e Rangers. Non a caso, anche dopo la sua scomparsa, il calcio scozzese si identificò sempre di più in un autentico dualismo. A Glasgow il panorama delle squadre cittadine è completato da altri club che militano nelle categorie inferiori, ma talmente numerosi e depositario ognuno di essi di una grande tradizione sportiva da rendere l’idea dell’importanza del calcio in questa città. Giocano a Glasgow e dintorni, quindi, anche: Pollok, Arthurlie, Ashfield, Cambuslang, Vale of Clyde, Petershill, Shettleston, St. Anthony, Bellshill (che detiene un piccolo record, in quanto fu la prima squadra britannica a recare uno sponsor sulle magliette. Nel 1973/74 sulla sua divisa campeggiava la scritta di The Derby Inn, un bar locale), Yoker Athletic, Johnstone Burgh, Newmains, Maryhill, Renfrew, Thorniewood, Wishaw.

Tuttavia, nonostante la monotonia di un campionato che vede trionfare quasi sempre una a turno tra Celtic e Rangers Glasgow, è difficile non appassionarsi alla tradizione ed alla cultura del calcio scozzese.

Questo articolo è tratto dal libro  Football Fans di Vincenzo Paliotto Urbone Publishing

http://www.urbone.eu/obchod/football-fans

Football Fans

copertina per il web

Football Fans è uno straordinario tuffo nel calcio europeo attraverso le sue storie, le tradizioni, le rivalità più o meno ataviche e i contrasti religiosi e quelli politici, senza tralasciare i tifosi, che rendono ancora umano in qualche modo il gioco del calcio. Nonostante la sua scriteriata modernizzazione, il calcio continua a rappresentare un legame quasi inscindibile con gli ambienti sociali e della politica ed in particolar modo con la natura del tifo calcistico stesso. Football Fans ha la pretesa non facile di elevare il calcio all’unica forma di sacralità che ancora persiste nel mondo.

Cosa troverete nel libro :

Indice

 

Prefazione. 4

England, la vita e il football 6

Miti e leggende della FA Cup. 8

The Football Special 9

East London Derby, Millwall-West Ham United. 9

North London Derby, Arsenal-Tottenham Hotspur 13

West London Derby. 15

South London Derby. 17

Second City Derby, Aston Villa-Birmingham City. 20

Black Country Derby. WBA-Wolverhampton Wanderers 21

Steel City Derby, Sheffield Wednesday-Sheffield United. 23

Friendly Derby, Liverpool-Everton. 25

William “Dixie” Dean, 60 gol in un solo campionato. 27

Manchester Derby. 28

Bristol Derby. 31

Potteries Derby, Stoke City-Port Vale. 32

East Anglia Derby, Ipswich Town-Norwich City. 33

South Coast Derby, Southampton-Portsmouth. 34

East Midlands Derby, Nottingham Forest-Derby County. 35

Tyne Wear Derby, Sunderland-Newcastle United. 37

North West Derby, Liverpool-Manchester United. 39

Wars of the Roses Derby, Leeds United-Manchester United. 40

West Lancashire Derby. 41

East Lancashire Derby, Blackburn Rovers-Burnley. 42

Rivalità Brighton-Crystal Palace. 43

Rivalità Luton Town-Watford. 44

Scozia, gente antica del calcio. 46

Old Firm, Celtic-Rangers 46

Edinburgh Derby, Hearts-Hibernian. 51

New Firm, Dundee United-Aberdeen. 53

Gli altri derby di Scozia. 55

Queen’s Park, i più antichi 57

Derby d’Irlanda, ben oltre le partite di calcio. 60

Derby di Dublino. 61

Storia del Derry City, squadra campione in due paesi diversi 64

Belfast, Big Two Derby. 67

Dundalk-Linfield ed altri troubles 70

Il tentativo di riconciliazione della Setanta Cup. 72

Linfield-Cliftonville, calcio e settarismo. 72

George “The “ Best 75

Galles, rivalità di confine. 76

South Wales Derby, Cardiff City-Swansea City. 76

Cross-border Derby. 80

Hereford United, licenza da giant-killing. 81

Tvillingderbyt, la Svezia e la passione per il calcio. 83

La marcia verde dell’Hammarby. 84

Le leggende europee di Malmoe e Goteborg. 86

Skanenderby, Malmo-Helsingborg. 89

Il calcio in Danimarca, dagli amateur alla Danish Superliga. 91

Copenaghen New Firm.. 91

La scelta di Agger 93

Le altre squadre di Copenaghen. 94

Il cuore caldo di Germania. 95

Derby politico ad Amburgo. 95

Derby anseatico, Amburgo-Werder Brema. 97

Hannover-Eintracht Braunschweig. 98

Derby di Berlino. 99

Al di là del Muro. 104

Le altre stracittadine. 105

Revier Derby, Borussia Dortmund-Schalke 04. 106

Rhein Derby, Colonia-Borussia Moenchengladbach. 107

Mainderby, Eintracht Francoforte-Kickers Offenbach. 110

Bavarian derbies 110

Bayern Monaco-Borussia Moenchengladbach, la leggenda degli Anni Settanta  112

DFB Pokal, la grande tradizione del calcio teutonico. 113

De Klassieker, il calcio in Olanda e dintorni 115

Ajax-Feyenoord, De Klassieker 115

Ajax-Den Haag, botte da orbi 118

Calcio totale. 119

L’esplosione dell’AZ ‘67. 120

I diavoli di Enschede. 121

PSV Eindhoven, si completa il triumvirato. 122

Non solo Feyenoord. 123

De Gelderse Derby, Vitesse Arnhem-NEC Nijmegen. 124

De Brabantse Derby, NAC Breda-Willem II Tilburg. 125

Derby della Frisia. 126

Derby del Limburgo. 127

Prodezze e tradizioni del piccolo Belgio. 130

Bruges, città dei merletti e di derby. 130

L’incubo di Molenbeek. 133

Antwerp-Beerschot, un derby antico. 133

Il blasone di Liegi 134

Beveren, Lokeren e Mechelen, le grandi realtà della provincia. 135

Francia, gol e calcio-champagne. 137

Le Classique, Olympique Marsiglia-PSG.. 137

L’altra Parigi del calcio. 140

Choc des Olympiques, OM-OL. 141

Saint-Etienne, la vie en verts 142

Derby de la Garonne, Bordeaux-Tolosa. 145

Derby Breton. 146

Derby du Nord, Lens-Lilla. 147

Derby della Costa Azzurra. 148

Derby di Corsica. 149

La Coupe de France. 151

Derby di Zurigo. 153

Gli scontri di Basilea. 154

Austria, il blasone del calcio che fu. 156

Derby di Vienna. 156

Il teorema di Anatolij 158

Gli altri club viennesi 159

La stracittadina di Graz. 160

Salisburgo, vita difficile per la Red Bull 160

Portogallo, terra di bomber e navigatori 163

Benfica-Sporting, Derbi Eterno. 163

La maledizione di Guttmann. 165

Belenenses, l’altra grande di Lisbona che fu. 166

Derbi Invicta, Porto-Boavista. 167

Derby e rivalità nel nord del paese. 168

Benfica-Porto: O Classico. 169

Da Eusebio a Gomes, storie di bomber portoghesi 170

Derby di Madeira e delle Azzorre. 171

La guerra eterna del Clàsico. 173

El clàsico, Barcellona-Real Madrid. 173

Luìs Figo, il traditore. 175

Ultras Sur, Boixos Nois e Frente Atletico, le frange estremiste del tifo. 176

Derbi madrileno. 178

Trofeo Pichichi e Trofeo Ricardo Zamora. 180

La tradizione della Copa del Rey. 181

La grande storia del Rayo Vallecano. 181

Derbi barcelonès 183

Derbi sevillano, Siviglia-Betis 184

Derbi canario. 185

Derbi vasco, Athletic Bilbao-Real Sociedad. 186

Derbi valenciano, Levante-Valencia. 189

Derbi asturiano, Sporting Gijòn-Real Oviedo. 190

Derbi galiziano, Celta Vigo-Deportivo La Coruna. 192

Il calcio in Italia, un fenomeno sociale. 194

Destri e sinistri 195

Derby della Mole, Juventus-Torino. 196

Derby della Madonnina, Milan-Inter 199

Derby della Lanterna, Genoa-Sampdoria. 202

Derby del Cupolone, Roma-Lazio. 206

Derby dell’Arena, Chievo-Verona. 212

Sudisti e nordisti, Napoli-Verona. 213

Malta, i tesori dell’isola. 215

L’Old Firm Maltese, Floriana-Sliema Wanderers 215

Cipro, l’isola di un calcio nuovo. 219

Derby e rivalità a Cipro. 219

Derby capitale, Apoel-Omonia. 220

Spazio e gloria all’Olympiakos 223

Gli esiliati dell’Anorthosis 224

I prodigi di Limassol 225

Grecia, calcio, tifo e tradizione. 228

La tradizione del tifo greco. 228

Derby di Salonicco. 229

I derby di Atene. 233

AEK, il cuore giallonero di Atene. 237

Storie di ex-idoli ed ex-avversari 238

Gli altri club di Atene. 240

Larissa, il successo lontano dalle metropoli 242

Derby di Creta. 242

Cose turche del pallone. 245

Kitalar Arasi Derbi, Fenerbahce-Galatasaray. 245

Istanbul United. 249

La tradizione turca del gol 250

Nel cuore bianconero di Besiktas 250

Le altre squadre di Istanbul 253

Gli eroi di Trebisonda. 254

Derby di Smirne. 256

I tamburi di Eskisheir 258

Derby di Ankara. 258

Derby di Adana. 260

Le pagine nere del calcio turco. 260

Passolig. 261

Calcio d’Albania, storie nascoste e non solo. 263

I derby di Tirana. 263

17 Nentori Tirana. 265

Communist Albanian Derby. 268

L’orgoglio di Scutari e la bandiera di Valona. 269

Il calcio e gli ultras nella ex-Jugoslavia. 273

Il Veciti Derbi e gli altri 273

Mai dall’altra parte. 278

STOP KILLING! Return to healty rivalry. 279

FK Obilic, il calcio armato. 280

Il tempo dei romantici 282

La destra nazionalista del tifo serbo. 283

Nel nome della Vojvodina. 284

I diavoli rossi di Serbia. 287

Amicizia sacra e religiosa. 290

I leoni di Skopije. 291

Derby di Slovenia. 292

Le meraviglie del croato. 295

Hajduk Spalato-Dinamo Zagabria, il calcio in Croazia. 295

L’ultimo dei partigiani 297

Il mito della Torcida Split 298

Il vero nome del nemico: Zdravko Mamic. 300

L’orgoglio di Rijeka. 301

Zagreb, Lokomotiva ed RNK Split, cugine in tono minore. 302

Osijek-Cibalia, lo Slavonian Derby. 303

La nuova frontiera della Bosnia-Erzegovina. 304

Derby di Mostar 304

Derby di Sarajevo. 306

Slavija, i primi a Sarajevo. 308

FK Sloboda Tuzla, una storia da raccontare. 308

Un campionato difficile. 309

Predrag Pasic e il Bubamara, il calcio non oltre la guerra. 310

Polonia, il vento della destra nazionalista. 312

Legia Varsavia-Wisla Krakow: il vero Derby di Polonia?. 316

Le regine della Slesia. 316

La guerra sacra di Cracovia. 319

Lodz, sfida di quartiere. 320

Il verde di Danzica. 322

Zawisza Bydgoscz e Jagiellonia Byalstock. 323

Marele Derby. Steaua-Dinamo Bucarest 324

F.C. Olt Scorniceşti, il calcio a casa-Ceausescu. 328

Georgescu, Camataru e Mateut, miti e fenomeni della Scarpa d’Oro. 329

Rapid Bucarest, l’orgoglio dei ferrovieri 330

Lì dove soffiò il vento del movimento ultras 332

Craiova Maxima. 333

Chi viene e chi va via da Ploiesti 335

Cluj, lasfida tra CFR ed Universitatea. 335

Praga, un’altra città del calcio. 337

Praga, il sapore del derby antico. 337

L’onore e il buon nome del Bohemians 339

Dukla, il vero club del regime. 341

Banik, i turbolenti di Ostrava. 342

Zbrojovka Brno. 343

Derby di Bratislava e dintorni 345

Il Derby Eterno di Sofia. 348

Le altre realtà di Sofia. 352

La battaglia di Plovdiv. 353

Coppa dell’Armata Sovietica. 356

Varna e Burgas 356

Ungheria, alla vana ricerca di una gloria perduta. 359

Budapest, derby di quartiere. 359

Honved, la squadra spezzata. 363

Il mito dell’MTK.. 364

Vasas, una squadra di successo. 365

La nuova frontiera del calcio ungherese. 366

Supporters without privacy. 367

Il calcio e i Derby d’Israele. 369

Big Tel Aviv Derby. 369

L’Inferno Verde di Haifa. 371

Beitar Gerusalemme. 373

Vittoria arabo-israeliana del Bnei Sakhnin. 374

Dissoluzione calcistica dell’ex-Unione Sovietica. 375

Spartak-Dinamo Mosca. 376

CSKA, Torpedo, Lokomotiv, le altre moscovite. 378

Streltzov, il Pelè russo e Rinat Dasaev, l’icona del regime. 380

Il campionato degli ultras russi 381

Spartak Mosca-Dynamo Kiev, un altro dualismo. 382

Il non facile panorama ucraino. 384

I leoni di Lviv. 386

I soldi della Gazprom e non solo. 388

Quando c’era la Dinamo Tblisi 389

Il miracolo dell’Ararat 390

Gli esiliati del Qarabag. 391

Bibliografia. 392

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I Pionieri di Scozia

Queen’s Park, i più antichi

 

Il club scozzese più antico è comunque il Queen’s Park, nato il 9 luglio del 1867, che anche ha la sua sede a Glasgow. Il 30 novembre del 1872 la nazionale scozzese che affrontò a Glasgow, sul terreno di West Ground di proprietà dello Scotland Cricket Club quella inglese era totalmente composta da calciatori del Queen’s Park. Oltretutto la divisa del Queen’s Park, maglietta blu, calzoncini bianchi e calzettoni rossi, divenne quindi la tenuta di gioco degli scozzesi, mentre lo stesso Queen’s optò per una maglia bianconera a righe orizzontali, tanto da assumere anche il soprannome di hoops oltre a quello di spiders. Il modo di giocare del Queen’s Park più evoluto, fatto di tanti piccoli passaggi al posto dei consueti lanci lunghi, ispirò anche le tendenze tattiche di tutti club inglesi.  Attualmente i bianconeri militano in Third Division, la quarta serie ed ultimo gradino della piramide calcistica scozzese a livello professionistico, ma nel 1800 vinsero ben 10 Coppe di Scozia e per 2 volte persero la finale della Coppa d’Inghilterra contro il Blackburn Rovers. Prima squadra non-inglese a giocare la finale di FA Cup. E’ una squadra storica e di enorme prestigio e la rivalità è in ballo soprattutto contro Partick Thistle, Clyde ed Albion Rovers. Il suo campo di gioco ufficiale è addirittura l’Hampden Park (52.000), di cui ne è proprietario. Uno stadio leggendario, tra i più belli d’Europa, di appartenenza ad un club con statuto dilettantistico che però ospita in qualche caso le edizioni dell’Old Firm, le finali di coppa e le partite della nazionale scozzese. Giocò per l’ultima volta in massima divisione nel 1958, anche perché conservò uno status amatoriale quando il mondo del calcio era passato palesemente al professionismo. Tentò di reggere il passo di Celtic e Rangers, ma fu impresa che divenne praticamente impossibile. Nel 1933, sul terreno di Cathkin Park, registrarono addirittura 97.000 spettatori in una gara di Scottish Cup contro i Rangers. Ludere causa ludendi, giocare per divertirsi, questo il secolare motto per un club dalle tradizioni inarrivabili. Il Queen’s detiene un altro di quei record affascinanti del football britannico, che porta la data addirittura del 9 ottobre del 1875, quando gli scozzesi sfidarono e batterono per 5-0 gli inglesi del Wanderers. Un risultato roboante e qul match segnò anche la prima distribuzione a pagamento di un match program, un’autentica istituzione per il calcio britannico. Da quel giorno ne nacque una vera e propria tradizione ed un collezionismo ricchissimo. 21.850 sterline sarebbero state pagate nel maggio del 2006 per il match program di Wolverhampton-Preston North End, finale di FA Cup del 1889, record assoluto. Tuttavia, la storia leggendaria dal finale purtroppo funesto appartiene al Third Lanark, club nato nel 1872 e scomparso purtroppo nell’estate del 1967, quando la squadra non riuscì ad iscriversi al campionato. Questo glorioso club di Glasgow fu pesantemente penalizzato dal proprio chairman, il presidente, Hiddleston che dopo gli enormi consensi conseguiti negli Anni Sessanta, portò lentamente il club al fallimento, svendendo a prezzi ridicoli i migliori calciatori della squadra e soprattutto interessato a cedere l’area di Catkhin Park, zona in cui sorgeva lo stadio del club che una volta era stata di proprietà anche del Queen’s Park, ma suolo edificabile e quindi appetito da molti imprenditori. Il Third Lanark aveva vinto uno scudetto e due coppe nazionali e riusciva orgogliosamente a tener testa anche alle blasonate Celtic e Rangers. Non a caso, anche dopo la sua scomparsa, il calcio scozzese si identificò sempre di più in un autentico dualismo. A Glasgow il panorama delle squadre cittadine è completato da altri club che militano nelle categorie inferiori, ma talmente numerosi e depositario ognuno di essi di una grande tradizione sportiva da rendere l’idea dell’importanza del calcio in questa città. Giocano a Glasgow e dintorni, quindi, anche: Pollok, Arthurlie, Ashfield, Cambuslang, Vale of Clyde, Petershill, Shettleston, St. Anthony, Bellshill (che detiene un piccolo record, in quanto fu la prima squadra britannica a recare uno sponsor sulle magliette. Nel 1973/74 sulla sua divisa campeggiava la scritta di The Derby Inn, un bar locale), Yoker Athletic, Johnstone Burgh, Newmains, Maryhill, Renfrew, Thorniewood, Wishaw.

Tuttavia, nonostante la monotonia di un campionato che vede trionfare quasi sempre una a turno tra Celtic e Rangers Glasgow, è difficile non appassionarsi alla tradizione ed alla cultura del calcio scozzese.

 

paragrafo tratto dallibro di Vincenzo Paliotto Football Fans  Urbone Publishing

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Barassi, la Gestapo e la Soresinese

 
Ottorino Barassi era un uomo dotato di una spiccata prontezza di spirito. Ingegnere, non a caso nel 1933 era stato nominato segretario generale della F.I.G.C. con l’incarico di organizzare il mondiale casalingo dell’anno successivo. La nazionale di Pozzo conquisterà quell’edizione non senza ombre politiche, bissandola quattro anni dopo in Francia. Unica squadra insieme al Brasile di Pelè capace di vincere la Coppa del Mondo per due edizioni consecutive. Ma siamo nel 1938. Venti di guerra spirano sull’Europa, il fascismo impera in Italia, il nazismo progetta l’invasione della Polonia. Il Patto d’Acciaio è alle porte. La guerra prenderà forma da lì a poco, finendo per fagocitare anche i Mondiali di Calcio. Ma non la coppa Jules Rimet. Una statuetta raffigurante una vittoria alata, retta da un coppa decagonale poggiata su un piedistallo di marmo a base ottagonale. Un’opera partorita dal genio artistico di Abel Lafleur, uno dei più rinomati scultori dell’epoca.
Tremilaottocento grammi, milleottocento dei quali in argento “sterling” placcato in oro. Impossibile non sedurre le attenzioni naziste durante il conflitto. Servono fondi, l’oro della coppa fa gola alla Gestapo d’istanza a Roma. L’abitazione romana dell’ingegnere nonchè vice presidente della FIFA diviene subito l’obiettivo dei gendarmi al soldo del Fuhrer.
Una mattina, la Gestapo accompagnata anche da una rappresentanza delle SS, proprio per non far mancare nulla, irrompe nell’abitazione di Piazza Adriana in cerca della preziosa reliquia. Il tono non è di quelli amichevoli. Voglia di scherzare poca. Barassi rimane in silenzio ad ascoltare le richieste. Per educazione, ma anche per paura. Poi guarda negli occhi i propri dirimpettai, non si fa intimorire dalle svastiche e inizia a controbattere. Afferma di non custodire la coppa, dice di averla lasciata in delega ai dirigenti di CONI e Federazione a Milano.
I tedeschi però, si sa, sono gente precisa, attenta e difficilmente affabile. Seguono alla lettera l’esempio di San Tommaso. Vedere per credere. Iniziano così a mettere a soqquadro la casa dell’ingegnere. Dal salotto alla cucina, dalla camera da letto al bagno passando per lo sgabuzzino. Le ricerche però non danno gli esiti sperati dai crucchi. I tedeschi finalmente rassegnati decidono di abbandonare la residenza di Barassi. Missione compiuta, pericolo scongiurato. Ottorino Barassi è a suo modo un eroe.
Lui, l’ingegnere, può finalmente tirare un lungo sospiro di sollievo: ha salvato la coppa Jules Rimet dalle brame del Fuhrer. Ma a proposito, dov’è la Coppa? Semplice, sotto il letto. Incredibile come agli emissari del Terzo Reich non fosse balenata in mente l’idea di sbirciare sotto il giaciglio. Forse dalle parti di Berlino hanno nascondigli più sofisticati, ma di sicuro non più efficaci.
L’impresa non finirà nel dimenticatoio, l’eco giungerà fino al 1968 quando le federazioni italiane ed inglesi in seduta comune decideranno di intitolare a suo nome la Coppa delle Coppe di Lega Italo-Inglese. Giocata con la formula del doppio confronto andata-ritorno la coppa veniva disputata tra la vincente della Coppa Italia Dilettanti e quella della Coppa d’Inghilterra riservata alla medesima categoria, o della Seconda Divisione dell’Ishtmian League. Insomma vero football, quello lontano dalla luce dei riflettori, quello capace di entusiasmare in un anonimo pomeriggio su un campetto acciottolato di periferia. Due scuole calcistiche a contendersi la palma della migliore, a rivaleggiare più per l’onore che per una mostrina in più da appendere sull’uniforme.
Prima edizione e primo successo di una compagine di Sua Maestà. L’Italia è rappresentata dalla STEFER Roma (Società delle Tramvie e Ferrovie Elettriche di Roma), beffata in casa 2-2 dai londinesi del Leytonstone dopo aver impattato 1-1 nella City. Coppa agli inglesi per la crudele legge delle reti in trasferta.Curiosità: la gara di ritorno si gioca allo Stadio Olimpico come antipasto di Roma-Juventus e può contare su una suggestiva cornice di pubblico.
La tendenza non si inverte negli anni seguenti. Anzi, le squadre anglofone cementificano ancor di più la loro supremazia. Dopo unex aequo, sancito dal doppio 2-0 tra Almas Roma e il North Shields, nel 1970 la coppa torna in terra d’Albione. Ad aggiudicarsela è l’Enfield. La blasonata formazione londinese condanna i bergamaschi del Ponte San Pietro con un perentorio 3-0 a Southbury Road. Utile solo agli statistici la vittoria degli orobici per 2-1 al ritorno in Lombardia.
Stesso copione anche l’anno successivo con gli inglesi del Skelmersdale United trionfanti sul malcapitato Montebelluna (2-0/0-1). L’egemonia continua anche negli anni successivi. Nel ’72 ad alzarla al cielo è l’Hendon, strappandola all’Unione Valdinievole. Il ’73  funge da spartiacque: è infatti l’ultimo anno in cui partecipano i vincitori della FA CUP Amateurs, torneo poi abolito. Cambiano le logiche burocratiche, ma non quelle calcistiche. I rapporti di forza vengono ancora una volta confermati dal successo del Walton & Hersham sui veneti dello Jesolo. La coppa continua ad allogiare a Londra, ambiente dove ormai ha messo radici. Dopo un anno sabatico a causa di problemi organizzativi (non si disputò la partita tra Miranese e Bishop’s Stortford) la manifestazione torna di prepotenza sul palcoscenico dilettantisco anglo-italiano nel 1975. Ancora una una volta conquistata da una squadra d’Albione. Nella fattispecie dallo Staines, capace di imporsi sui capitolini del Banco di Roma. Anche in questo caso, come era avvenuto per la STEFER, la gara casalinga si gioca all‘Olimpico, mentre il club londinese al ritorno a Wheatsheaf Lane fa registrare l’affluenza record di 2.500 spettatori.
Siamo al 1976, ultimo anno di vita della Coppa Ottorino Barassi. Ultima occasione per una compagine italiana per mettere il trofeo in bacheca. Adesso o mai più. Tocca alla Soresinese, fresca vincitrice della Coppa Italia Dilettanti a scapito della Stezzanese, tenere alto il vessillo tricolore. Per riuscirci, la squadra della piccola cittadina in provincia di Cremona, deve battere i più quotati rivali del Tilbury. Dopo il buon pareggio per 1-1 ottenuto sull’ostico terreno dei Dockers la squadra lombarda può giocarsi le proprie carte in casa.
E’ il 4 Novembre 1976. Sono giorni difficili nel Nord Italia, le incessanti precipitazioni mettono a repentaglio la regolare disputa dell’incontro. Ma la storia non può aspettare. Non oggi. Sugli spalti oltre agli impavidi spettatori sprezzanti delle raffiche di vento sono presenti anche Artemio Franchi, l’allora presidente federale e  Gigi Peronace, all’epoca accompagnatore della Nazionale. In un campo fangoso ai limiti della praticabilità si ripete il risultato dell’andata. Per vincere bisogna sudare ancora un po’. Ogni goccia di sudore versata è un passo in avanti verso la gloria. Ai rigori i tiratori lombardi sono implacabili, un po’ meno gli inglesi. Risultato: 5-3 per la Soresinese e trofeo finalmente sollevato al cielo da mani italiane. Ottorino Barassi sarebbe contento. Lui, icona di un calcio che non esiste più se non nei ricordi dei nostalgici appassionati. Eponimo di questa manifestazione finita troppo presto nel dimenticatoio. Forse meglio così, perchè il dimenticatoio deve essere un luogo bellissimo. Al riparo dalle bollicine dell’ovvio e più vicino alla vera essenza delle cose.
di Vincenzo Lacerenza

I “Dragoni di Highbury”: la prima vittoria ufficiale del Galles in Inghilterra

La guerra era finalmente finita. Le devastazioni che avevano colpito i paesi e le popolazioni non avevano risparmiato neppure i giocatori di calcio. Tanti coloro che avevano lasciato la propria vita in battaglia, tante le giovani promesse che non avrebbero potuto trasformarsi in fulgide realtà. I rapporti di forza tra le nazionali ne sarebbero certamente usciti modificati, anche lì dove il conflitto era stato vinto, ad esempio nel Regno Unito, la culla del football.

A quasi un anno dall’Armistizio di Compiégne, che l’11 novembre 1918 sancì di fatto la conclusione dei combattimenti della prima guerra mondiale, al Windsor Park di Belfast riprese il più antico torneo al mondo per nazionali: il British Home Championship. L’ultima gara era stata disputata a Glasgow il 4 aprile 1914; la prima della “nuova era” andò in scena il 25 ottobre 1919. Erano trascorsi 2030 giorni! L’Irlanda unita – campione in carica, avendo per la prima ed unica volta della sua storia vinto il torneo nel ’14 – e l’Inghilterra – che vantava già diciannove successi nella manifestazione – pareggiarono 1-1. Il giorno di San Valentino del 1920 gli irlandesi bloccarono in parità anche il Galles, all’Oval di Belfast, e dodici giorni dopo i Dragoni impattarono a Cardiff con la Scozia. L’equilibrio insomma regnava sovrano, ma venne rotto il 13 marzo, quando gli scozzesi ebbero la meglio al Celtic Park di Glasgow sull’Irlanda. Due giorni più tardi, ad Highbury, Inghilterra e Galles si sarebbero giocate le loro ultime possibilità di successo: mentre anche un pareggio avrebbe tenuto vive le speranze inglesi, ai gallesi non rimaneva che vincere.

Fino a quel momento il Galles aveva battuto l’Inghilterra solamente due volte e sempre in amichevole.

Il Galles campione dell’Interbritannico (1907)

La prima, col risultato di 0-1 il 26 febbraio 1881, all’Alexandra Meadows di Blackburn, rappresentava anche l’unico successo sul suolo inglese. La seconda, poco più di un anno dopo con uno spettacolare 5-3, era stata ottenuta al Racecourse Ground di Wrexham. All’interno del Torneo Interbritannico i Tre Leoni erano ancora imbattuti negli scontri diretti. L’ultimo confronto tra le due formazioni datava 16 marzo 1914, Ninian Park, Cardiff: era finita 0-2, a segno Joe Smith (il suo unico sigillo in nazionale) e Billy Wedlock (alla seconda ed ultima realizzazione). Il primo sarebbe stato della partita anche a Londra, la sua ultima con la maglia inglese; il secondo, già trentaquattrenne nel ’14, si era invece ritirato.

Di fronte a più di ventimila spettatori i padroni di casa si presentarono con ben cinque debuttanti: Tommy Clay ed Arthur Grimsdell del Tottenham, Frank Barson dell’Aston Villa (per uno dei più duri giocatori del calcio inglese – in un’occasione fu squalificato addirittura sette mesi per un tackle – fu l’unica presenza in nazionale), Sam Chedgzoy dell’Everton (colui che portò alla modifica della regola per la quale non si poteva segnare direttamente da calcio d’angolo) e Alf Quantrill del Derby County. Il capitano era Jesse Pennington, trentasettenne terzino del West Bromwich – famoso per aver denunciato nel 1913 un tentativo di corruzione da parte del criminale Pascoe Bioletti -, alla sua penultima apparizione in nazionale, la prima con la fascetta al braccio.

Ben più esperta la compagine gallese, che schierava sei elementi i quali avevano già indossato la casacca rossa prima della guerra.

Jesse Pennigton

Molti avevano già sorpassato i trent’anni e potevano vantare un’enorme esperienza anche in campo internazionale: Ted Vizard dei Bolton Wanderers, Dick Richards ed il portiere Teddy Peers dei Wolverhampton Wanderers, William Lot Jones del Southend United (che militava già in nazionale nel 1907, quando il Galles si aggiudicò il suo unico, fino ad allora, British Home Championship), Billy Meredith del Manchester United (anche lui trionfatore tredici anni prima), il capitano Joe Jones dello Stoke City, Moses Russell del Plymouth Argyle ed Harry Millership del Rotherham County.

L’entusiasmo dei padroni di casa portò alla prima rete dopo appena sette minuti. Autore fu Charles CharlieMurray Buchan, attaccante classe 1891, all’epoca in forza al Sunderland. Buchan era scampato alla guerra, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare sul campo. In nazionale tenne una media-gol molto alta: quattro marcature in sole sei presenze. Smessi i panni di bomber vestì quelli di giornalista e scrittore: collaborò col Daily News, pubblicò uno dei primi manuali sulle tecniche di allenamento, fece il commentatore per la BBC , fu uno dei fondatori della Football Writers’ Association e successivamente di una sua propria rivista calcistica, la Charles Buchan’s Football Monthly. Insomma, una personalità importante ben al di là del campo. Il pareggio ospite, tuttavia, arrivò quasi immediatamente. Al 14’, su rigore, fu StanleyStanCharles Davies a firmare l’1-1. Davies era divenuto professionista solamente un anno prima, con il Rochdale, ma si era ben presto trasferito al Preston North End. Il suo bottino con la maglia dei Dragoni sarebbe stato di cinque gol in diciotto apparizioni. Poco dopo la mezz’ora, al 35’, il sorpasso, ad opera di Richard DickWilliam Richards, altro giocatore che dopo essere divenuto professionista si spostò in Inghilterra, precisamente ai Wolves. In nove gettoni fu questa la sua unica realizzazione in nazionale.

Non ci furono altri gol. Al fischio finale il Galles poté festeggiare un’inaspettata vittoria in quel di Londra, il primo successo in gare ufficiali contro i maestri inglesi. Ora, per conquistare il secondo Torneo Interbritannico, bisognava sperare che proprio gli inglesi battessero nell’ultima sfida di Hillsborough la Scozia. Il 10 aprile a Sheffield, dopo una battaglia straordinaria, i Tre Leoni si imposero 5-4 sui blu, consegnando di fatto il titolo ai gallesi. Per i Dragoni di Highbury iniziava un decennio da favola, caratterizzato da altri tre successi in terra d’Albione e da altri tre allori nel trofeo per nazionali più antico del mondo.

Roberto Pivato

IL CALCIO D’ANGOLO NON SARÀ MAI PIÙ LO STESSO

Ernest Edwards è un signore distinto sulla quarantina. Di professione fa il giornalista, sportivo per la precisione. Di football per vocazione. Per i calciatori è uno spauracchio: dalle colonne del Liverpool Echo, testata per cui intinge il calamaio, può esaltare una prodezza o evidenziare un errore. Può lanciarti in Paradiso o catapultarti agli Inferi. Il Purgatorio non esiste, Edward non è un fautore delle mezze misure, nè dei compromessi. Ha una certa autorevolezza ed anche un nemmeno troppo velato debole per l’Everton. Forse non ama apparire troppo in pubblico, se c’è un posto dove si sente al riparo quello è la tribuna stampa. Di Anfield o di Goodison. Quando scrive è acuto, arguto e puntiglioso. Ce l’ha proprio nel DNA la pignolitudine: se c’è una cosa che non tollera quelle sono le regole approssimative, i vuoti normativi che lasciano spazio a interpretazioni. Il 2 Ottobre 1924 ha sentito l’eco di un gesto inconsueto: l’Olimpico. E’ infatti il giorno dell’incredibile segnatura direttamente da corner di Cesareo Onzari. Un tocco, una parabola, velonosa e beffarda: una rete. Da incorniciare, da ricordare, da studiare. Edward che conosce i regolamenti come le sue tasche sobbalza sulla sedia. Non è possibile. Quelli che tengono in mano le regole del gioco, l’IFAB, hanno diposto in maniera diversa: non si può segnare un punto filato da azione d’angolo. Tra l’intersezione delle perpendicolari e la linea di porta deve, per forza, esserci un altro tocco. Altimenti non vale. E invece si può. Dal 1924 quei saputelli dell’IFAB hanno mutato le norme regolanti la funzione del calcio d’angolo. Addio all’obbligatorietà del tocco di un altro giocatore, benvenuto alla stoccata diretta in porta. Benvenuto all’Olimpico. Ma Edwards è puntiglioso, pignolo, scrupoloso. Mettere i puntini sulle i è un esercizio a cui non sa rinunciare. E ad uno così, uno come Ernest Edwards, non possono sfuggire le lacune della nuova normativa. I punti fallaci, le crepe, i coni d’ombra, le zone grigie. Le incertezze. Ma come dimostrarlo? Semplice. Basta chiamare un calciatore, uno tra quelli inseriti nel memorandum delle fonti, sommistrargli un piano e magari immolare anche due sterline alla causa per ammantare di appetibilità la proposta. Il prescelto è Sam Chedgzoy (Ellesmere Port, 27 gennaio 1889 – Montréal, 7 gennaio 1967), centrocampista dall’aria rusticana da quattordici anni sulla sponda blu del fiume Mersey. Da quando, da quel Boxing Day del 1910, appena prelevato dai dilettanti del Birnell’s Ironworks, debuttò con gli immancabili legacci a fiocco a cingerli i lembi superiori della divisa. Di strada ne aveva fatta davvero tanta fino a quel 15 Novembre 1924, giorno in cui l’Everton affrontava il Woolwich Arsenal. Giorno in cui decise di accettare l’allettante offerta di Edwards. Incassate le due sterline, non restava altro che mettere in atto quanto studiato a tavolino. La strategia messa a punto dal Sun Tzu scouser era abbastanza elementare: intendeva mettere in luce tutti gli effetti collaterali della nuova disposizione. Come tutti i sabati Edward prese posto in tribuna stampa. Si accomodò, depose penne e taccuini, sistemò la cravatta e si accese un pipa. Non era nervoso, forse soltanto un po’ ansioso. Non stava nella pelle. Mai come quella volta si sentì a suo agio tra la folla rumoreggiante. A Goodison ci veniva un sabato si e uno no, eppure non aveva ancora fidelizzato con gli spalti vigorosi e le pulsanti terraces dell’impianto scouser. Era troppo impegnato a crogiolarsi nella sua solitudine per accorgersi di quello che c’era aldilà del suo cantuccio. Il mondo esteriore, con le sue sfaccettature e sfumature, indefinitezze e incertezze, lo spaventava. Quasi lo terrorizzava. Almeno fino a quando la palla terminò in calcio d’angolo. Il primo della partita, su per giù dopo un quarto d’ora di gioco. E li che Edwards si alzò in piedi contro il suo essere orso. Abbandonò l’angusto monolocale dove, mentre affondava le fauci della critica su questo o quell’altro crist’in croce, aveva passato quintali di esistenza a rollare sigari ostentatamente criolli, lasciandosi dietro scartoffie e fobie. Non si voltò, nemmeno per un istante, bastò soltanto la tentazione di farlo a turbarlo. Se nasci tondo non puoi morire quadrato sembrò dire col suo incedere strascicato e quasi paralizzato dalle ombre che non la smettevano di pedinarlo. Ma non si fermò, proseguì, si abbassò soltanto la bombetta quasi a darla vinta ad un ultimo avamposto di timidezza. Arrìvo finò alle barriere di protezione, quell’ammasso di ruggine che dal cantuccio dove alloggiava pareva cedere ogni qual volta i Toffees andavano in rete. Ma poi resisteva, smentiva tutti, quasi a prendersi beffa dei menegrami spettatori. La terrace deve essergli parso il cortile di Satana. Nelle gradinate polverose, ricolme di giornali ammuffiti spiattellati quà e la dalle raffiche provenienti dal Sussex, si cantava, si ballava e si tirava. Non esattemente in questo ordine. Ma non importa, la proprietà commutativa deve valere anche da queste parti. Finalmente era lì, di Chedzgoy ne contemplava anche il neo sotto il labbro, tanto gli era vicino. Lo sventolio della bandiera calamitò l’attenzione del suo sguardo, il fischio sordo dell’arbitro mise sull’attenti i padiglioni. Ci siamo pensò tra sè e sè, sfregandosi idealmente le mani. Scrutò gli attimi e spalancò le orbite in attesa del suo momento. Quello che tanto stava aspettando. Chedgzoy non si tirò indientro, onorò i patti: sistemò accuratamente la sfera, fintò il passaggio al compagno e partì. Palla al piede dall’angolo alla porta. Pochi passi, tanta incredulità. Degli avversari, del pubblico, dell’arbitro, dei compagni. Poi di colpo la conclusione. Abbastanza risoluta, ma poco precisa, a scheggiare il palo. E poco importa se non arriva il goal. Edward da lassù se la ride. C’è riuscito, ha dimostrato ciò che voleva dimostrare. Ha messo spalle al muro l’IFAB. Che è costretta a rivedere ancora una volta la regola: si alla possibilità di siglare una rete direttamente da tiro d’angolo, ma introduzione del limite di un tocco per una battuta che non sia una conclusione. Grazie a Sir Edwards, da quel giorno, il calcio d’angolo non sarà mai più lo stesso.