La tragedia di Monaco!

busby babes

Perché rischiare il decollo? A Monaco di Baviera nevica fitto, il bianco fagocita tutto, il gelo morde tutto. Invece nella cabina di comando i piloti azzardano ancora la manovra. Qualcuno ha fatto pressioni, qualcuno spinge per partire lo stesso, qualcuno dello staff dello United non si rende conto del pericolo. Alle porte per loro c’era solo il Wolverhampton, per una sfida cruciale nella corsa al titolo inglese. E allora occorreva far rientrare la squadra il prima possibile, per prepararsi al meglio alla partita. Il 6 febbraio 1958, alle ore 15:04: il volo Be 609 della British European Airways, un modello Elizabethan rinominato “Lord Burleigh” tenta di decollare per la terza volta. La pista è coperta di neve, alla stazione di controllo scuotono la testa, hanno sconsigliato la partenza, hanno detto che conviene aspettare. Niente da fare. Il pilota Steve Rayment e il capitano James Thain, un uomo che aveva al suo attivo moltissime ore di volo come ufficiale della Royal Air Force, ci provano. Si fidano della loro esperienza, nonostante l’evidente difficoltà. E poi, cazzo, quelli vogliono andarsene, non sanno cosa significhi pilotare un aereo, ma vogliono andarsene. Neve o non neve. L’apparecchio lentamente comincia a rullare. Infila la pista, porta il motore al massimo, inizia a muoversi. Si alza a fatica, i motori non raggiungono la potenza necessaria. È colpa delle cattive condizioni atmosferiche, è colpa della pista innevata, è colpa della pessima visibilità, è colpa di una sciocca frenesia. Quando l’apparecchio giunge a non più di dieci metri dal suolo, perde quota, piomba verso terra. Il carrello non ancora completamente rientrato, urta una macchia d’alberi, il velivolo scoperchia una casa e termina la sua follia sul fianco di un capannone adibito al deposito di olio e carburanti. E’ un attimo. Rapido e maledetto. Immediatamente si sprigionano fiamme altissime, l’aereo diventa una carcassa di fuoco, le ali si staccano facendo esplodere uno dei motori. La fusoliera resta integra e molti membri dell’equipaggio riescono a uscire fuori e provare fra i frantumi a soccorrere gli altri meno fortunati. Poi arrivano i primi mezzi di soccorso, le prime sirene, i primi urli strazianti nel fumo nero sotto un cielo marmoreo. L’aereo proveniva da Belgrado. Era stato affittato dal Manchester United come “charter” per trasportare la squadra campione d’Inghilterra a giocare la partita valevole per l’andata dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa. L’incontro era finito 3-3 e gli inglesi avevano ottime chances di guadagnare le semifinali. Le autorità tedesche, dopo una breve e superficiale investigazione, attribuirono la causa dell’incidente alla presenza di grandi quantità di ghiaccio sulle ali, e naturalmente ai piloti responsabili della fatale decisione. Ci vollero circa dieci anni prima che le reali dinamiche dell’incidente fossero accertate. Come per la maggior parte dei velivoli “High Wing”, la fusoliera era posizionata molto in basso, ed il fatto che la neve sciolta venisse lanciata in aria dalle ruote rendeva il mezzo particolarmente vulnerabile. In quel periodo non si conosceva ancora molto riguardo a questo genere di problematiche. La pista di Riem (il nome dell’aeroporto tedesco) non era ben drenata e vi si potevano formare larghe pozze che ovviamente con la bassa temperatura diventavano strati gelati lunghi e critici. I rilievi sul momento furono poi ostacolati da quattro pollici di neve caduti fra il momento dello schianto e l’arrivo della squadra investigativa. Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in nazionale da quattro anni, il centravanti Tommy Taylor che stava progettando il matrimonio con la sua fidanzata e quella mattina al telefono le aveva detto: “Prepara una bella birra che sto arrivando amore mio…” . Persero la vita anche il giovanissimo mediano Eddie Colman, vent’anni e già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo, l’ala sinistra David Pegg, Billy Whelan, eccezionale attaccante irlandese che pare morì con la fede cattolica nel cuore se c’è chi giura che prima del cedimento racconta di averlo sentito gridare «Dio sono pronto!». A Dublino per i suoi funerali si presentarono in 20mila. Stessa sorte per il gigantesco stopper Mark Jones; lui lasciò a casa ad aspettarlo invano una giovane moglie e un bimbo piccolo. Un’assenza che distrusse il cuore dell’amato Rick, un labrador nero che si lasciò morire qualche giorno dopo la fine prematura del suo padrone. E poi il terzino di riserva Geoff Bent, uno che diceva sempre di essere allergico ai viaggi aerei: “Mi fanno sanguinare il naso”. Alla fine si era piegato alla volontà del “mister” ed era partito per la sua ultima trasferta. Oltre ai sopracitati giocatori, morirono l’assistente Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley ed il segretario Walter Crickmer, nonché i giornalisti Archie Ledbrooke del “Daily Mirror” e Frank Swift, l’ex grande portiere diventato cronista dopo aver abbandonato l’attività agonistica. Un ottavo membro del gruppo si arrese dopo due settimane di agonia. Il suo nome evoca da solo la leggenda: Duncan Edwards. Ventun anni, eppure già titolare fisso in Nazionale e con un futuro radioso davanti. “The Tank” andò a segnare reti in Paradiso. Poco prima di salire a bordo trovò il tempo di spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che forse per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. Il telegramma arrivò a destinazione alle diciassette di quel pomeriggio quando Edwards, sdraiato su un letto d’ospedale a Monaco, affrontava la sua partita contro la morte. Un ragazzo d’acciaio, capace di reggere anche quattro incontri a settimana, non voleva mollare. Con le costole frantumate, un polmone perforato e la gamba destra spezzata, Duncan sibilò al dottore: “Quante possibilità ho di poter giocare la settimana prossima?”. Molly, la sua fidanzata gli tenne forte la mano fino alla fine, e rimase così, a vegliarlo, fino alla notte del venerdì quando si spense per sempre. Fu una seconda morte per Manchester. La cittadina di Dudley, nel Midlyne dove Edwards era nato, si strinse tutta intorno a quel figlio adorato al quale dedicò una statua, e sulle vetrate della chiesa di St Francis fu dipinto il suo ritratto con indosso le maglie del Manchester United e quella dei tre Leoni. Furono otto, invece, i giornalisti che persero la vita: Alf Clarke, Tom Jackson, Don Davies, George Fellows, Archie Ledbrook, Eric Thompson, Henry Rose e Frank Swift, che era un ex giocatore del Manchester City. Morirono anche il capitano dell’aereo, Kenneth Rayment, l’amico di Sir Matt Busby, Willie Satinoff, l’agente di viaggio Bela Miklos ed il membro dell’equipaggio Tom Cable. In totale i morti furono 21. Un incidente che non soltanto portò via al calcio dei possibili campioni, ma anche, e soprattutto, spense i sogni di ragazzi con un’intera vita davanti. Uno dei ragazzi più promettenti e talentuosi, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale ma riuscì a cavarsela. Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane e quasi imbattibile squadra alla quale aveva veramente regalato il suo marchio di fabbrica, tanto da essere ribattezzati come i “Busby Babes”, rimase gravemente ferito, e a lungo rimase sospeso tra la vita e la morte: solo dopo qualche settimana fu dichiarato fuori pericolo. Commovente il suo discorso alla radio trasmesso anche dagli altoparlanti dell’Old Trafford in un freddo sabato pomeriggio, durante il quale rassicurava tutti sulle proprie condizioni promettendo di tornare presto. Brian Glanville, storico commentatore inglese, così scriveva pochi giorni dopo l’accaduto, il 13 febbraio 1958: “Perché mai, in nome della ragione e del buon senso, doveva il Manchester United caricare tutta la sua squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, scosse il mondo e il Torino non si è più ripreso. In Inghilterra, l’Arsenal reagì rifiutandosi di viaggiare per aria, a meno che, i suoi giocatori potessero usare due aeroplani. Come società, il Manchester United merita sincera simpatia, ma i suoi dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, ed al calcio britannico, un prezzo così caro”. A ogni modo la costernazione e la commozione, in Inghilterra e nel mondo intero, fu grandissima. A distanza di quasi dieci anni da Superga un’altra squadra di calcio periva in un disastro aereo. Il Manchester United nell’immediato dopoguerra militava in seconda divisione, privo di fondi adeguati lottava per non retrocedere. Addirittura in quel periodo mancavano anche le divise per scendere in campo, e perfino per gli allenamenti era necessario il razionamento delle maglie. Lo stadio di Old Trafford non era disponibile, colpito gravemente dalle bombe dell’aviazione tedesca, al punto che lo United dovette chiedere ospitalità agli “odiati” cugini del Manchester City che concessero il loro impianto dietro lauto pagamento di un affitto stagionale fino all’ agosto del 1949, quando, i “Red Devils” finalmente si poterono riappropriare della loro casa. Da quel momento in poi l’Old Trafford avrebbe alzato il sipario su quello che ormai è diventato «The Theatre of Dreams». Nella ricerca di giocatori di valore la società decise di puntare su proprio su Matt Busby. Sir Alexander Matthew Busby, detto Matt era uno scozzese nato il 26 maggio del 1909 ad Orbiston, in una casa di campagna con due stanze, nel Lanarkshire e crebbe nel vicino paese di Bellshill, pugno di case a nord di Motherwell. Suo padre lavorava in miniera e, costretto poi ad arruolarsi per la Prima Guerra Mondiale, rimase ucciso dalla fanteria tedesca ad Arras quando Matt non aveva ancora compiuto diciassette anni e poco prima della sua partenza per gli Stati Uniti dove nel frattempo era già emigrata la madre. Ma il destino comincia già a bussare forte alla sua porta e Matt viene chiamato per un provino dal Manchester City. Un provino che gli cambia la vita. In precedenza, Matt aveva subito due rifiuti da entrambi i big club di Glasgow, restando confinato a giocare per la squadra dilettantistica del Denny Hibs. Matt beve ottimo scotch e ascolta Louis Armstrong, in campo si fa valere come centrocampista di rottura e debutta con la maglia del City in seguito all’infortunio di un compagno che gli permette di entrare nella squadra riserve nel ruolo, per lui piuttosto inedito, di mezzala. In prima squadra arriva nel 1928 e rimane al Manchester City fino al 1936, vincendo la F.A. Cup del 1934. In quello stesso anno disputa la sua prima e unica partita ufficiale con la Nazionale scozzese in una vittoria contro il Galles per 3-2 Nel 1936 trova un accordo con il Liverpool e in pochissimo tempo, diviene sia titolare che beniamino dei tifosi di Anfield. Gioca per altre tre stagioni, giusto il tempo di fare da chioccia al giovane Bill Shankly. È il 1939. Hitler invade la Polonia e il Governo inglese sospende tutti i campionati. Molti calciatori del Liverpool finiscono nel Reggimento Reale di fanteria. Il trentenne Busby viene invece chiamato a collaborare come allenatore nei reparti sportivi dell’esercito. Al termine del conflitto bellico il Liverpool lo richiama nelle vesti di giocatore-assistente dell’allenatore George Kay, ma Matt declina gentilmente l’invito: «Ho l’opportunità di diventare l’allenatore del Manchester United – disse – durante i miei giorni al City ho avuto modo di apprezzare quella città che mi attrae particolarmente». Pioggia a parte verrebbe da dire. Su quella scelta pesò molto l’antica amicizia con Louis Rocca, dirigente del Manchester United che aveva già provato ad averlo come giocatore. Busby ottiene così un contratto di cinque anni per realizzare il suo progetto di squadra vincente. Lo farà per sole 15 sterline alla settimana, ricostruendo una squadra vincente con quello che il conflitto gli aveva lasciato. Per il giovane Matt, una scelta azzeccata fu quella di scegliere come membro del suo Staff Tecnico Jimmy Murphy, affidandogli il ruolo di sviluppare il settore giovanile, anche in considerazione della totale assenza di fondi nel dopo guerra. Nel febbraio del 1946 mise a segno il suo primo colpo acquistando per 4.000 sterline Jimmy Delaney, velocissima ala destra del Celtic detto “Brittie Bones” (in pratica ossa fragili). Il presidente James Gibson lo asseconda, si rende conto che ha a che fare con un uomo convinto di ciò che vuole, e infatti due anni dopo ecco arrivare la Coppa d’Inghilterra a spese del Blackpool guidato dal baronetto Stanley Mattews. Era un tecnico rivoluzionario, dalla grande personalità, amante del gioco, e deciso di arrivare agli obbiettivi prefissati. Desiderava che la squadra e il manager fossero una sola cosa e cominciò a scendere in campo in maglietta e pantaloncini assieme ai suoi ragazzi durante gli allenamenti. Il suo Manchester arrivò al secondo posto per quattro volte in cinque anni in campionato finché, nel 1952, dopo la bellezza di quarantuno anni il titolo ritornò all’Old Trafford. Nel 1953 la società economicamente risanata acquistò Tommy Taylor per 29.999 sterline dal Barnsley. A proposito, quella sterlina la tolse al momento della firma sul contratto lo stesso Matt Busby, che da bravo psicologo (oppure da buon scozzese), temeva che la cifra tonda diventasse una zavorra di responsabilità che mentalmente potesse gravare sulle spalle del ragazzo e sulle aspettative dei tifosi La politica dei giovani cominciava a dare frutti dolcissimi. Roger Byrne, Eddie Colman, Bobby Charlton, David Pegg, Tommy Taylor e Dennis Viollet, insieme allo straordinario Duncan Edwards. Nel 1956 nel 1957 arrivano altre due affermazioni con la conquista di entrambi i campionati con una squadra dall’età media più bassa di sempre nella storia del calcio inglese, e a questo punto appare chiaro che l’obiettivo che inzia a profilarsi è la neonata o quasi Coppa dei Campioni d’Europa, finora preda esclusiva del Real Madrid. Il Teatro dei Sogni era diventato proscenio per quei giovani plasmati alla grinta e al bel gioco, ma soprattutto al rispetto per se stessi e per gli avversari, come d’altro canto recitava il più importante dei comandamenti del loro manager: “Ciò che importa più di tutte le altre cose è che una partita di calcio deve essere disputata con lo spirito giusto, ovvero con il rispetto degli avversari”. Insomma uno scozzese rubizzo e duro fuori ma dal cuore tenero dentro. Nel suo staff c’era il già citato Bert Whalley, (che recapitava settimanalmente lettere con su scritti giudizi tecnici su ogni singolo giocatore della rosa) e Tom Curry che aveva il compito di badare alla «crescita spirituale» dei “Babes”, molti dei quali lo seguivano alla Messa in Chiesa prima di ogni match. Jimmy Murphy, l’addetto ai giovanissimi, quel 6 febbraio come sempre intendeva seguire la squadra ma il destino lo salvò, poiché impegnato come visionatore per conto della nazionale. Whalley e Curry invece, come detto, non scamparono alla tragedia. Ma lentamente come un’araba fenice, il club dopo la sciagura risollevò la testa. È vero, da quel giorno del 1958, Bobby Charlton perse il sorriso e molti capelli ma non certamente la voglia di impegnarsi sul campo: quella tornò in fretta spinta dal desiderio di onorare i compagni scomparsi che fu da subito molto forte. Un po’ alla volta Busby sostituì le tessere del “mosaico” e arrivarono giocatori del calibro di Stiles, Kidd e Best. Nobby Peter Stiles, in arte Nobby, tipo basso e tarchiato, un autentico mastino che per un problema di piorrea a 25 anni aveva già perso quasi tutti i denti. Un ghigno terribile, addolcito da quella stretta di mano che con incredibile educazione offriva all’avversario appena abbattuto. Un giocatore paradossale, che incarnò il concetto della durezza del gioco, spinto fino agli estremi opposti del fair play. Brian Kidd era un “local boy” meticoloso e caparbio arrivato nel 1967, ma il suo contributo si fece sentire eccome. Su Best ogni presentazione è inutile: genio e sregolatezza della squadra di Busby. Nato a Belfast, arriva nelle giovanili del Manchester nel 1961 a 15 anni. Due anni dopo debutta sia in prima squadra che nella Nazionale nordirlandese: un campionario di talento, fatto di dribbling, cambi di direzione, cross, e controllo di palla superlativo. Per la Coppa dei Campioni era solo questione di tempo. Nel settembre del 1967, freschi di conquista del campionato, tra i giocatori dello United scattò convinta l’operazione Europa, guarda caso a dieci anni esatti dall’incidente di Monaco. Nemmeno a farlo apposta, la finale è in programma a Londra, la data da segnare sul calendario in rosso riporta 28 maggio 1968. Troppi indizi per non farne una prova. Il Manchester United arriva fino in fondo: elimina facilmente i suoi primi avversari, i maltesi dell’Hibernians, poi gli slavi del Sarajevo e i polacchi del Gornik Zabrze nei quarti, in una primavera che parve sbocciare mai così bella. Qualcosa di importante stava succedendo nel mondo in quel periodo e lo United in qualche maniera né era sportivamente protagonista. Nelle semifinali i “Red Devils” pescano un Real Madrid in declino, ma pur sempre temibile. In Inghilterra Best regalò la prima ai suoi, che però al ritorno nell’allora stadio di Chamartin (l’odierno Santiago Bernabueu), andarono vicini all’eliminazione. Alla fine primo tempo la squadra di Busby si trovò infatti sotto per 3-1. Nella ripresa giunse rabbiosa la reazione inglese. Il Manchester United accorcia le distanze con David Sadler, trovando il pareggio con l’esperienza del vecchio difensore Bill Foulkes. Bobby Charlton e compagni sono così in finale, dove ad aspettarli a Wembley c’è il Benfica di Eusebio. Charlton aveva vinto il mondiale due anni prima in quello stadio, insieme al capitano Bobby Moore al quale la Regina consegnò il trofeo. Disse che quella Coppa del Mondo, se non fosse deceduto, l’avrebbe sicuramente alzata Duncan Edwards. A dirigere la finale europea fu chiamato l’italiano Concetto Lo Bello. Il Benfica si dimostrò un osso duro, come da pronostico. Il match fu pulsante, ricco di emozioni, di colpi di scena. Bobby Charlton portò in vantaggio i suoi, ma a undici minuti dalla fine Garca rimise la gara in parità, rimandando tutto ai supplementari. Busby negli spogliatoi ricaricò muscoli e cervello dei ragazzi e, nel prolungamento dell’incontro lo United vestito di una splendida maglia di blu oltremare, demolì i portoghesi. In sei minuti i goal messi a segno furono ben 3: Best beffò il portiere Henrique con un gioco di prestigio da consumato attore, esitando beffardamente prima di infilare la palla in porta, poi arrivarono in ordine le reti di Kidd e ancora Charlton. 4-1, poteva bastare. È il trionfo della squadra di Matt Busby. Charlton lo cerca subito, lo abbraccia, non si capisce se quelle sulla fronte del centravanti sono gocce di sudore o lacrime. E’ un cerchio che si chiude. Gli orologi inglesi segnano le dieci di sera. Tutti meno uno. Quello dell’Old Trafford. Quello scandirà per sempre le 15:04 di giovedì 6 febbraio 1958. Glory, glory, Man United, As The Reds Go Marching On.

Simone Galeotti  tratto da uk football stories n.1

EMLEY DREAM

A Emley nevica. Il cielo si fa bianco, il tempo rallenta, tutto diventa silenzioso e freddo. Meglio cercare rifugio al White Horse, dove ti accoglie il rincuorante crepitare di un caminetto acceso, e un bancone di mescita in solido legno. Emley è poco più di un villaggio, un ex villaggio minerario, disteso alle pendici dei monti pennini non molto lontano da Huddersfield. A Emley abitano 1.867 persone stabilite dall’ultimo censimento. C’é un fornaio, tre macellai, un mercante di stoffe, una tabaccheria, un fabbro, un fabbricante di candele, e il pub. Naturalmente non poteva mancare un ufficio delle reali poste e negli ultimi tempi ha fatto la sua comparsa anche un supermercato. E poi c’è lei. La stazione trasmittente radiotelevisiva più alta d’Inghilterra. La chiamano in gergo “Emley Moor Mast”, una colonna in cemento armato che si erge nei cieli del West Yorkshire per oltre un chilometro e seicento metri.

Verso la fine del 1997 questo sonnolento borgo inglese fu improvvisamente catapultato sulle pagine dei giornali e letteralmente assediato da ingenti troupe televisive. Non si trattava di un nuovo cerchio nel grano né tanto meno, del ritrovamento del corpo di Re Artù. Molto più prosaicamente questa manciata di case strette intorno alla Chiesa di San Michele, l’aveva combinata bella. La sua squadra di calcio persa nei bassifondi della piramide inglese, era riuscita incredibilmente ad approdare al terzo turno della Coppa d’Inghilterra, e ora il 3 di gennaio sarebbe scesa a Londra a giocare contro lo West Ham United al Boleyn Ground, dove, non solo ovviamente i 1.867 abitanti di Emley potevano sistemarsi comodamente larghi, ma dove forse si sarebbe potuto infilare buona parte delle case del paesino.

Insomma tutti i principali quotidiani nazionali si recarono su al nord per visitare Emley e la maggior parte di loro, dopo aver visto il posto e il Welfare Ground, non credevano ai loro occhi. Come poteva questa piccola squadra, allenata dallo scozzese Ronnie Glavin, competere e impensierire il West Ham guidato da Harry Redknapp, ottavo in quel momento in Premiership. Un club vincitore tre volte della FA Cup, una volta della Coppa delle Coppe, dove un giocatore riceveva 10.000 sterline a settimana e vestiva tutti i giorni abiti firmati. Solo in FA Cup queste cose potevano accadere stranezze che si avverano, in una competizione che non ci stancheremo mai di definire davvero unica.

Eppure l’Emley AFC, a dire il vero non era del tutto un illustre sconosciuto. Il club era stato fondato ufficialmente nel 1903 con il nome di Emley Clarence FC, dal 1960 era iscritto con un certo successo ai campionati dilettantistici nazionali, e nel 1988 era anche riuscito ad arrivare a Wembley a giocarsi la finale del Vase dove però dovette cedere 1-0 al Colne Dynamoes.

Fatto sta che nei turni preliminari della FA Cup 1997/98 le “pewits”, che in italiano suona come pavoncelle, eliminano nell’ordine: Workington Town, Durham City, Belper Town, e Nuneaton Borough. Sembrava già un’impresa essere arrivati al primo turno, dove cominciavano a entrare in scena squadre professionistiche di terza e quarta divisione. Insomma poteva bastare così. Se sabato 15 novembre 1997 l’Emley fosse uscito con le ossa rotte da Morecambe, tutto sommato poteva anche starci. In paese avrebbero fatto una bella festa, qualche bevuta, e poi il lunedì successivo tutti a lavorare. E, in effetti, le cose non cominciarono per niente bene, il Morecambe segnò e chiuse il primo tempo in vantaggio. Se non che, nella ripresa un certo Ian Banks detto “Banger”, un ex giocatore di categorie superiori venuto a Emley a chiudere la carriera agonistica, mise a segno un calcio di rigore che fisserà il match sull’1-1, rimandando tutto al replay. Un incontro, quello disputato dieci giorni dopo, caratterizzato da sprazzi di pioggia e repentine incursioni di nebbia. In quell’atmosfera da letteratura gotica, già di per se carica d’adrenalina, non avrebbe impressionato nessuno nemmeno l’ingresso sul terreno di gioco di un cavaliere senza testa al galoppo. Tutti sarebbero rimasti concentrati ad osservare le azioni di gioco, ad applaudire alla doppietta di Glynn Hurst, e al centro di Garry Marshall. In un alternanza di emozioni incredibili fra tempi regolamentari e supplementari, che portarono la gara sul 3-3, e quindi alla lotteria dei calci di rigore nella quale l’Emley fu più preciso e fortunato dei suoi avversari, conquistando così il secondo turno.
L’avversario si conosceva già dopo il sorteggio effettuato al termine del primo match di Morecambe, ovvero il Lincoln City, che attendeva i petwits a Sincil Bank il 6 dicembre con malcelata soddisfazione. A non far scommettere nemmeno un penny sull’Emley ,servì sapere che all’incontro contro la squadra allenata dall’astuto e malizioso John Beck non avrebbero partecipato ne il capitano Banks ne il centrale difensivo Neil Lacey che si presentò con un paio di stampelle a causa dell’infortunio rimediato nell’ultima gara di campionato con il Solihull Borough. Una disfatta annunciata? No. Anche stavolta i clarets&blu non si scomporranno più di tanto di fronte alle folate offensive dei padroni di casa. Nemmeno il vantaggio quasi immediato degli Imps minerà le certezze dei ragazzi dell’Emley, tanto che prima della fine del primo tempo, Hurst da una quindicina di metri sbucando quasi dal nulla, infilò in porta il pallone dell’pareggio. I fuochi d’artificio però dovevano ancora arrivare. A sei minuti dalla fine un cross dalla destra di Hurst cadde nella zona di Deiniol Graham. Deiniol alzò gli occhi al cielo un po’ per ringraziare gli avi di averlo messo nel posto giusto al momento giusto, un po’ per capire come si sarebbe dovuto coordinare per colpire al meglio la sfera. L’impatto fu perfetto, e il portiere del City sfiorò solo leggermente la palla che terminò violentemente in rete per il visibilio dei fan dell’Emley. Solo che il calcio è maledettamente crudele, e da un abisso di felicità, si precipita nella depressione più cupa. E infatti, quasi a giochi fatti i padroni di casa troveranno un insperato pareggio sul quale Chris Marples non poté opporsi.

Certo, chi di Emley non avrebbe firmato per un pareggio prima della gara? Sicuramente tutti, ma per come si erano messe le cose c’era di che infuriarsi. In ogni caso i rimpianti adesso non servivano. Bisognava disputare un’altra partita con il Lincoln City, e l’Emley AFC lo avrebbe fatto a Huddersfield al McAlpine Stadium, poiché, il piccolo impianto locale non avrebbe certo sopportato la richiesta di biglietti e di sicurezza. Su Huddersfield nevicava. Quello del maltempo sarà un fattore che accompagnerà l’Emley anche a Londra e qualcuno azzardò che fosse il portafortuna della squadra. Intanto quella sera andò una meraviglia, in una partita non troppo adatta ai deboli di cuore. I novanta minuti si chiusero su uno scoppiettante 3-3 grazie alla marcatura di Hurst e soprattutto alla doppietta di Steve Nicholson. I tiri dal dischetto furono “l’interregno” di Chris Marples, e la precisione dei suoi compagni fece il resto. Emley 4- Lincoln City 3. Il villaggio andava a Londra. Nessuno ci credeva, sgorgò qualche lacrima, e partì il coro “we’re going to Upton Park”. Quella fu la più grande notte di sempre di questo club, e i giorni successivi in molti si stupirono di trovarsi fuori dal giardino le telecamere di Sky.

Il sabato londinese è maltempo allo stato puro. Un 3 di gennaio, soldato fedelissimo al Generale Inverno. Pioggia e vento flagellano la capitale. I tifosi dell’Emley furono sistemati sulla parte inferiore della Centenary Stand. Sono tanti, forse troppi, sicuramente più dei 1.800 che abitano il paese. Probabilmente qualcuno da Huddersfield e da Barnsley è sceso con loro a dare man forte. Lo West Ham iniziò la partita senza Steve Lomas (squalificato), e Andy Impey (infortunato), più John Moncur e Ian Bishop non in perfette condizioni e con Rio Ferdinand costretto a giocare in un ruolo di centrocampista a lui non troppo familiare. David Unsworth si mise la fascia di capitano degli Hammers per la prima volta e una certa emozione gli si dipinse sul volto. E l’Emley? I 26.000 del Bolyen osservano questo gruppo in maglia bianca da trasferta (per non confondere la propria divisa con quella quasi identica dell’West Ham) con una certa curiosità e perplessità. Poi non appena l’arbitro da il via alla gara sembra che le sette divisioni di differenza che intercorrevano fra i due club ci siano tutte, e forse anche di più. Subito una traversa di Paul Kitson, e cinque minuti d’orologio dopo Frank Lampard porta i “martelli” avanti 1-0.

Pare tutto facile, tutto fin troppo semplice, come da previsione del resto. Nel secondo tempo invece, è tutta un’altra storia. L’Emley, appare rinvigorito dalla pausa, quello stadio non fa più molta paura, nemmeno il West Ham appare una corazzata. ”Gli abitanti del villaggio”, composto di postini, venditori di assicurazioni e un vigile del fuoco tra gli altri, sconvolge l’intero stadio sulle conseguenze di un maldestro calcio d’angolo che gli Hammers non riuscirono ad evitare. Dalla bandierina Dean Calcutt indirizzò uno spiovente che impatta nella testa calva di Paul David. Craig Forrest cercò di smanacciare qualcosa, ma tutto tranne che il pallone. 1-1.

E sorprendentemente, sull’onda euforica del pareggio quelli del West Yorkshire si spingono coraggiosamente in avanti alla ricerca del colpo assassino, del Giant Killing epocale. Ma il loro eroismo non sarà premiato. Con solo otto minuti rimasti da giocare, Stan Lazarides serve un pallone telecomandato in area di rigore verso “il troppo smarcato” John Hartson, che di testa chiuderà il conto. A questo punto l’Emley appare visibilmente scosso, stanco e demoralizzato, ma al fischio finale, l’intero Upton Park si alzò ad applaudire questa squadra che era venuta fin qui a cercare un sogno.

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di Simone Galeotti

I PIONIERI DI SHEFFIELD

Il Bedford Duple Coach avanza lentamente con le sue morbide linee metalliche all’interno dell’Abbeydale Park. E’ la mattina del 24 ottobre 1957. L’autunno inglese cala una di quelle sue tipiche velature nebbiose, provando a nascondere tutto l’orgoglio secolare delle vecchie querce, degli arbusti e dei roseti lungo il percorso del mezzo, mentre intanto piccoli scoiattoli si cimentano in vertiginose corse sui mille disegni della corteccia dei tronchi. Quando il piccolo bus si ferma davanti all’ingresso del Club House, i primi a scendere sono eleganti signori incappottati, seguiti da un gruppo di passeggeri più giovani in giacche d’ordinanza. Facce sorridenti, e cappello in testa per i più anziani. Un accessorio, ancora irrinunciabile, soprattutto nelle occasioni formali. Loro, sono i dirigenti e i giocatori dello Sheffield Football Club, la più antica squadra del mondo. Quel giorno, il club fondato nel 1857 festeggiava un importante compleanno. Compiva esattamente 100 anni. E fu proprio in quello spicchio di verde incantato del South Yorkshire, che dal 1921 ospitava le vicende della squadra, che l’organigramma vecchio e nuovo del club si ritrovò per i primi convenevoli di rito e il pranzo, in attesa degli eventi del pomeriggio.

Quel giorno, a Sheffield sarebbe arrivato il principe Filippo, Duca di Edimburgo, consorte della Regina Elisabetta. Con quel suo essere così tremendamente inglese, con il suo humour tutto personale, con la sua aria vagamente distratta, sarà lui, l’ospite d’onore per i festeggiamenti. Per l’occasione la squadra avrebbe giocato un’ amichevole allo stadio di Bramall Lane con gli scozzesi del Queen’s Park di Glasgow, per contro la più antica società calcistica di Scozia.

Il Principe Filippo arrivò in perfetto orario a bordo di una brillante Rolls Royce applaudito da due ali di folla e scortato da agenti su imponenti cavalli bianchi. I giornali locali titolavano “Welcome”, mentre bandiere, fiori e insegne reali facevano bella mostra di sè su finestre e davanzali, aggraziando e ingentilendo, il rigore post bellico dei palazzi della città dell’acciaio. Per l’occasione la tribuna principale era stata addobbata e inghirlandata con il consueto e aulico nobile aspetto. In oltre 5000 accorsero per l’evento. L’esecuzione dell’inno nazionale, e il cerimoniale di rito. Gli spiders di Glasgow con la loro maglia a finissimi cerchi orizzontali, e “il Club” con una raffinata divisa a scacchi rossoneri. Finì con un salomonico pareggio per 2-2, dopo che gli scozzesi erano passati due volte in vantaggio. Di seguito le celebrazioni previdero una fastosa serata di gala in cui ovviamente al tavolo d’onore sedevano il Duca di Edimburgo, le alte autorità cittadine, e i responsabili del club.

“In cento anni hanno giocato per noi oltre seimila calciatori”

Fu questa la stima di Jim Hardie, segretario della società, con un passato da attaccante nel periodo compreso tra il 1939 e il 1947.

Peccato solo che per ovvi motivi d’anagrafe non spiccava tra i presenti la barba “darwiniana” di Nathaniel Creswick e i baffi a manubrio di William Prest, i due padri fondatori che in quel lontano 1857 decisero di infondere la scintilla del sacro fuoco, in una riunione tenutasi all’interno di un salotto della Parkfield House, nel sobborgo di Highfields. La casa brulicava di avvocati, commercianti, manifatturieri. Non mancavano neppure architetti, medici, e c’era perfino qualche reverendo. Il padrone di casa, un certo Harry Waters Chambers, è un amico stretto di Nathaniel, resosi disponibile ad ospitare tra le mura domestiche il fatale incontro che portò alla fondazione dello Sheffield Football Club. Nathaniel rivestì il doppio incarico di segretario e tesoriere, William si limitò a far parte del comitato fondatore. Per la presidenza la scelta ricadde su Frederick Ward, figlio di Thomas Asline Ward, uno degli uomini più in vista della città, mentre la serra nel giardino della loro abitazione, situata in East Bank Road, fungerà inizialmente da quartier generale della società. Creswick ha 26 anni ed è un avvocato, Prest ha tre anni di meno, è originario di York, e a Sheffield vi arriva per collaborare con il fratello John che gestisce una rivendita di alcolici. I due erano membri di quello Sheffield Cricket Club, che due anni prima aveva organizzato un primo improvvisato torneo di calcio. Alle celebrazioni del 1957 la coppia Creswick- Prest mancava certo, ma non nel ricordo, come pure furono ricordati quei giocatori che scesero in campo almeno una volta con la nazionale inglese. Charles Clegg su tutti, in seguito diventato presidente della FA, e che ebbe l’onore di giocare nella prima famosa partita internazionale contro la Scozia ad Hamilton Crescent nel 1872, e poi John Owen convocato nel 1874, e infine John Hudson che indossò la divisa con i tre leoni sul petto nel 1883.

Un passo indietro. Cambridge, 1848. Mentre l’Europa è sconvolta da venti irridenti, e le aspre contese di confini e libertà, infiammano i cuori degli uomini, nel rinomato college si tratta anche di argomenti meno impegnativi. Gli sforzi di H. de Winton e J.C. Thring porteranno alla formulazione di un gioco, che prevedeva dieci alunni, ed un maestro (da qui gli 11 uomini e la figura del”capitano”, ossia il responsabile della direzione dei propri alunni) che sfidavano altri dieci più uno di altre classi, tutte elitarie, in spazi chiusi. Il fatto di giocare esclusivamente tra di loro, stava un po’ stretto alle classi dell’università di Cambridge, così, Winton e Thring decisero di unire Eton, Harrow, Rugby School, Winchester, e Shrewsbury, per cercare di sviluppare prime regole basilari: le Regole di Cambridge, le primordiali regole del calcio. La palla da quel momento sfila dalle mani e rotola a terra. Forse meno nobile, ma forse più divertente. Nella mite bellezza della campagna inglese, iniziano a echeggiare rimbombi profondi, nuovi, è il rimbalzo, il metronomo cardiaco della vita calcistica. Si gioca con i piedi; non si passa più solo e soltanto indietro, no, adesso si scambia lateralmente, per poi evolversi nel lancio in avanti.

Sostanzialmente il calcio restò, comunque, confinato tra le mura universitarie per circa nove anni, ma evidentemente per qualcuno il decalogo degli universitari di Cambridge non era più sufficiente. Per il duo di Sheffield, Creswick – Prest, occorreva redigere un nuovo regolamento, migliorativo e più moderno. E’ così il 21 ottobre 1858 prendevano vita su carta, le cosiddette Sheffield Rules. Si trattò di legiferare sui calci d’angolo, sulle rimesse laterali, su quelle dal fondo, sui colpi di testa, sull’introduzione della traversa sulle porte, e del primo barlume di fuorigioco, poi codificato meglio con la nascita della Football Association nella Freemasons’ Tavern di Queen Street a Londra, lunedì 26 ottobre 1863. Una specifica quest’ultima assai importante, perché a quei tempi molti calciatori sostavano pigri e indolenti nei pressi del portiere, giacché ogni occasione era buona per segnare un goal e strizzare l’occhio compiaciuto alla signorina sorridente a bordo campo.

La Regina Vittoria era in carica da quasi vent’anni e Sheffield era una grigia e facoltosa città industriale dell’impero attraversata dal fiume Shaf. Forse, troppo facoltosa. Si presume che il proliferare delle nuove fabbriche fu fra le cause principali dell’epidemia di colera che nel 1839 uccise quasi 400 persone. Nessuno, avrebbe mai pensato che da qui potesse partire l’impulso forse decisivo nella storia del calcio. E invece, nel giro di cinque anni l’area cittadina arrivò a contare più di quindici squadre, e questo permise, di fatto, una ramificazione costante e sempre più produttiva di questo sport, che ben presto spinse altre città a formare squadre, scendere in campo e confrontarsi. Inizialmente, però poiché non c’erano altri team con cui giocare, le partite erano disputate tra i giocatori della stessa compagine. E quindi, ecco le classiche sfide scapoli contro ammogliati, o le più originali divisioni fra occupati contro disoccupati, alti contro bassi e altre amene trovate, finché nel 1860, sempre nella cittadina di Sheffield, scoppia l’altra scintilla. Fu fondata un’altra squadra, l’Hallam Football Club, contro la quale inevitabilmente lo Sheffield FC disputò la sua prima partita. L’incontro finì due reti a zero per lo Sheffield, con l’unica rete refertata siglata del capitano Creswick, ma pare con una grande prestazione del capitano avversario John C. Shaw, figura leggendaria del calcio inglese, che, grazie alla sua maestria, permise al gioco di diffondersi anche in altre realtà. Ah, una piccola curiosità. E qui che nasce la divisione dei classici colori, Rossi contro Blu, riportata poi ovunque nei giochi dediti a emulare questo sport, dai pupazzi del biliardino d’origine franco-tedesca, agli “omini” del subbuteo di natali britannici.

La stracittadina sarà ripresentata l’anno seguente, per scopo nobile e benefico: raccogliere fondi per l’ospedale di Wall Street. All’Hyde Park saranno presenti oltre 600 persone. La partita durò circa tre ore e i calciatori non si risparmiarono negli interventi e in qualche colpetto vietato, per quella che passò alla storia come la “Battaglia di Bramall Lane”, finita a reti inviolate. Pensate, la partita non si sarebbe dovuta disputare, per via della reticenza dei proprietari dell’impianto che non vedevano altri “dei” sportivi all’infuori del cricket, ma la motivazione a scopo benefico lasciò alla fine spazio per la gara. Altra giornata da ricordare è la prima trasferta del club; il 2 gennaio 1865, i giocatori andranno a Nottingham, a sfidare il neonato Forest, e dopo tre ore di gioco, lo Sheffield si impose col minimo scarto. Questa partita vide la comparsa dei primi parastinchi e il fischietto dell’arbitro, che poteva così comunicare meglio le sanzioni e le decisioni. La leggenda vuole che il giorno dopo la partita, le persone che aspettavano il treno alla stazione di Wicker (Nottingham), per passare il tempo in attesa del rispettivo convoglio, modellasse, un empirico pallone di stoffa, e iniziassero a calciarlo, per prendere dimestichezza con il nuovo gioco.

Solo quando lo Sheffield FC scese a Londra per il suo primo match nella capitale, avvenuto a Battersea Park, fu finalmente stabilita la durata di una partita. Ogni incontro avrebbe avuto insindacabilmente due tempi da quarantacinque minuti.

Fare solo amichevoli però iniziava ad annoiare, e qui nasce l’ennesima iniziativa: si creerà, con un pugno di sterline, la Youdan Cup, un torneo comprensivo di tutte le formazioni intenzionate a parteciparvi, che vide trionfare, a Bramall Lane, l’Hallam F.C. Un evento dove lo Sheffield, non parteciperà, per via di problemi, ad oggi ancora sconosciuti, legati al capitano della squadra ed alcuni suoi compagni.

Lo Sheffield FC, tuttavia, come molti altri sodalizi impegnati nel loro slancio di benefico e puro divertimento, ebbe un rapido declino agli inizi del novecento con l’avvento massiccio del calcio professionistico, non riuscendo mai più a competere sia economicamente che tecnicamente con le squadre di più alto livello. Anche in questo caso, però, i pionieri del calcio moderno si rivelarono lungimiranti, suggerendo alla FA di creare una competizione per soli club amatoriali, creando a tal proposito la celeberrima FA Amateur Cup, vinta dallo Sheffield FC nel 1904 contro l’Ealing. Di quel giorno resta una foto d’epoca sbiadita dal tempo che ritrae il gruppo al Valley Parade di Bradford, e che nella didascalia sottostante recita così:

” Bolsover, Chambers,Milnes, Green, Potts, Frost, Sylvester, Bedford, Hoyland G.,Hoyland J.E.,Forsdyke. Mr. Percy Green vive attualmentea Bradfield, mentre Mr. Frost a Dore. Si ritiene che Mr.Forsdyke sia in Canada.”

Sarebbero tornati a giocarsi una finale nel rinominato FA Vase nel 1977 a Wembley. Oltre tremila tifosi giungeranno dalla Steel City, tra cui alcuni sostenitori dello Sheffield United che rinunciarono alla partita che la loro squadra del cuore giocava in quello stesso giorno contro il Chelsea. Nell’altra metà campo ci sono i campioni in carica del Billericay Town: nessuna delle due formazioni riesce a prevalere sull’altra, si va alla ripetizione. Il 24enne John Pugh, insegnante al Politecnico, mise la firma sulla prima ed unica rete segnata dallo Sheffield Football Club nello stadio nazionale. Si tornò in campo per il replay stavolta al City Ground, la tana del Nottingham Forest. Ancora una volta le due squadre dimostrano che la differenza dei rispettivi valori era minima. Ma il trofeo, per il secondo anno consecutivo, finì tra le mani dei giocatori del Billericay, dopo il 2-1 finale.

Se è vero, che gli anni ottanta sono stati un periodo difficile per il calcio inglese, è altrettanto vero che lo Sheffield Football Club non ne rimase immune. Gli anni ottanta, infatti, saranno il decennio che accompagnerà il pallone nel periodo che lo stravolgerà definitivamente, con la televisione sempre più invasiva, e con gli stipendi dei calciatori che subiranno un’impennata paurosa. Cambiamenti importanti che colpirono pure la società britannica: il settore secondario andò in crisi, come dimostrato dagli scioperi dei minatori e dalle condizioni proibitive di alcuni settori trainanti dell’industria britannica. Ovvio che anche il comparto dell’acciaio perno dell’economia di Sheffield ne risentì: la produzione scenderà repentinamente, la disoccupazione subì un impennata, e nella decade successiva si registreranno migliaia di licenziamenti. Non è un caso che, in concomitanza con la crisi delle acciaierie, gli stessi United e Wednesday si ritrovino ad annaspare nelle divisioni inferiori del calcio inglese. Quanto allo Sheffield Football Club, il vero problema saranno le spese di manutenzione della società, in costante aumento. Nel 1988 la squadra non può più permettersi di giocare nel bucolico terreno di Abbeydale Park e dopo oltre sessanta anni deve traslocare a Hillsborough Park, a pochi passi dalla casa delle Owls.

Nel 2007 il club ha festeggiato il 150° anniversario dalla sua fondazione. A rendere omaggio, il sempre iconico Pelé, e un amichevole contro i milanesi dell’Inter. Un evento, che ebbe un gradito anticipo nel 2004, in occasione dalla consegna del “FIFA Order Of Merit”, la più importante onorificenza attribuita dal massimo organo calcistico mondiale, facendo divenire così lo Sheffield FC l’unico club al mondo insieme al Real Madrid ad averlo ricevuto.

C’è anche una pagina un po’ triste a corollario della storia di questo sodalizio. Quella datata quattordici luglio 2011 quando il “Football original rulebook”, una copia unica scritta a mano del libretto contenente le storiche Sheffield Rules e una parte dell’archivio del club, furono messe in vendita dalla società attraverso la nota casa d’aste Sotheby’s; la ragione di tale azione fu evitare la bancarotta ed il conseguente fallimento. Inevitabile o meno che sia stato il gesto, il prezzo battuto disse 881.250 sterline.

Una cifra che non è niente in confronto all’importanza di questa squadra, nata all’alba del gioco, e caparbiamente rimasta all’ombra dei riflettori del business seguendo i dogmi della loro originaria filosofia. Oggi se volete andare a trovarlo occorre che vi rechiate al Dronfield Coach and Horses, un delizioso pub recentemente ristrutturato e situato all’estremità inferiore di Sheffield. Bevetevi una Thornbridge Brewery, uscite e salite di qualche passo. Il campo dei pionieri adesso e lì..download

di Simone Galeotti

FA CUP FINAL 1973 Sunderland – Leeds

Quando il signor Ken Burns da Stourbridge fischia la fine dell’incontro, lo spicchio di Wembley colorato di biancorosso esplode in un boato di gioia. E Bob Stokoe si alza dalla panchina e corre. Il Sunderland ha appena conquistato la sua seconda FA Cup battendo in una finale palpitante di emozioni, il Leeds United di Don Revie. Lo ha fatto non solo da sfavorito ma anche da compagine di seconda divisione. Era la prima volta dal dopoguerra che un team “cadetto” saliva i gradini del royal box per ricevere il trofeo. Accadde anche nel 1931 con il WBA. Accadrà di nuovo nel 1980 quando un frizzante e irrispettoso West Ham befferà l’Arsenal detentore. Anche quel 5 maggio 1973 i bianchi di Elland Road si inchineranno al Sunderland da campioni uscenti. Corsi e ricorsi storici. Poesia e bellezza della coppa più antica del mondo. E intanto, Bob Stokoe continua a correre. Bob Stokoe è il manager dei black cats da cinque mesi. Ha raccolto una squadra che navigava nelle torbide acque dei bassifondi di classifica dell’ostica second division. Con lui al timone il Sunderland virerà decisamente verso posizioni di classifica di tutto rispetto e sopratutto raggiungerà l’atto finale della coppa. Corre impazzito di felicità. Corre verso Jimmy Montgomery. Corre ad abbracciare quel portiere che con due parate strepitose ha consentito al club del nord est d’Inghilterra di mantenere la rete di vantaggio e aggiudicarsi la coppa. La sua corsa a braccia aperte, cappello marrone a nascondere una calvizie incipiente, impermeabile trench beige sopra la tuta d’ordinanza rossa, resterà nella memoria come uno dei momenti più carichi di entusiasmo e commozione di sempre. Ad immortalarlo in quell’attimo, saranno non solo le riprese televisive e i flash dei fotografi, ma anche una statua che oggi campeggia all’esterno dello Stadium of Light. Omaggio e tributo all’uomo. Ricordo e testimonianza per chi quel giorno l’ha vissuto. Ma anche per chi non c’era. Per chi ci sarà, e vorrà capire la magia di certe emozioni. Per lui la vittoria sarà doppia. Racconterà che un giorno quando era alla guida del Bury, Don Revie cercò di corromperlo per favorire il successo dei suoi. L’incrocio di destini è straordinario se si pensa che Brian Clough forse il maggior nemico giurato di Revie si infortunò giocando guarda caso per il Sunderland proprio contro il Bury di Stokoe, per poi prendere il posto di Donald George Revie al Leeds quando quest’ultimo assunse la guida della nazionale. Come detto in precedenza c’era già una coppa d’Inghilterra nella vetrina dell’argenteria del Roker Park, il vecchio e glorioso stadio del Sunderland. Costruito per rivaleggiare in grandezza con gli odiati vicini di Newcastle ed inaugurato nel 1898. Fu abbandonato nel 1997 a favore di un complesso di case residenziali e per far posto al nuovo Stadium of Light. Un gioiello. Moderno e confortevole. Ma il cuore di tanti tifosi pulsa ancora sotto inclementi colate di cemento. Quella coppa, la prima, era datata 1937. Per gli annali, il Sunderland si impose 3-1 sul Preston di fronte a 121919 spettatori. Per la statistica andarono a segno Gurney, Carter, e Burbanks. Per i romantici, un ragazzino di dodici anni, Billy Morris, entra a Wembley con un gattino nero in tasca. Un portafortuna. Sarà uno dei motivi (ma non l’unico) per cui nel 2000 quando il club decise di indire un referendum per eleggere definitivamente il nick name della squadra l’appellativo “Black Cats” vincerà con largo margine. La FA Cup 1973 inizia nel tradizionale “terzo turno” di gennaio dove entra in scena la nobiltà vecchia e nuova di prima e seconda divisione. Inizia a Nottingham, sponda Notts County. Al Meadow Lane finirà 1-1, ma nel replay giocato in casa tre giorni dopo il Sunderland si imporrà per 2-0. Al quarto turno servirà ancora una ripetizione per decidere chi potrà accedere al turno successivo. Dopo che il Reading ha imposto il pareggio per 1-1 al Roker Park i biancorossi vanno a vincere in trasferta 3-1. Negli ottavi o se preferite al quinto turno l’abbonamento al replay del Sunderland prosegue. E questa volta il club di Stokoe fa una vittima illustre. Il Manchester City che aveva eliminato il Liverpool. Al Maine Road è un autentica battaglia che terminerà sul 2-2. Ma in casa il Sunderland non fa sconti e i Citizens si arrendono. 3-1!. La coppa entra nel vivo e sabato 17 marzo nei quarti di finale, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. I Black cats pescano il Luton Town e lo affrontano fra le mure amiche. Finirà 2-0 e per il club di Roker park si aprono le porte di Hillsborough. Si aprono le porte della semifinale, preludio agli sfarzi di Wembley. Ma l’impresa è ardua. C’e da battere l’Arsenal e l’emozione di certe serate. In quelle semifinali ad eccezione del Sunderland che come detto militava in seconda divisione, gli altri tre team erano tutte squadre di massima serie e tra le altre cose anche le migliori visto e considerato che al termine del campionato l’Arsenal giunse secondo alle spalle del Liverpool campione, il Leeds United si classificò terzo e il Wolverhampton Wanderers finì la stagione al quinto posto. Sunderland- Arsenal, dunque. E’ il 7 aprile 1973. La muraglia umana dei tifosi è impressionante su tutti i lati dello stadio. Ci saranno in totale oltre 55000 spettatori. Per la città di Sunderland è già un evento. Si muoveranno in 23000, fra treni, autobus, e mezzi privati. I gunners scendono in campo con la maglia da trasferta gialla su pantaloncini blu, come al solito un effetto cromatico straordinario sul rettangolo verde. Il Sunderland opta per un impeccabile tenuta completamente bianca. La damigella al gran ballo dell’aristocrazia. Su Hillsborough tira un vento insidioso. I centrali dell’Arsenal commettono un errore sulla ribattuta dei centrocampisti avversari e Vic Halom ne approffitta per battere Wilson con un mezzo pallonetto. Alla fine del primo tempo i ragazzi di Stokoe sono avanti 1-0. Nella ripresa la convinzione di potercela fare cresce con il passare dei minuti e diventa quasi una certezza quando Hughes di testa raddoppia per i suoi su una rimessa in gioco di Bobby Kerr spizzicata leggermente da Dennis Tueart. L’Arsenal proverà a rientrare in partita ma il goal di Charlie George nel finale di gara non sarà sufficiente. Il Sunderland andrà a Wembley a giocarsi la finale con il Leeds United che intanto nell’altra semifinale, ha battuto i Wolves 1-0 a Maine Road con una rete di Billy Bremner. Immediatamente si scatenò un autentica corsa al biglietto. Tutta Sunderland avrebbe voluto scendere a Londra. Una Sunderland quella dei primi anni settanta che ancora vantava uno dei cantieri navali più importanti del mondo, gli shipyards, dove generazioni di operai piegavano l’acciaio sotto cieli perennemente grigi, ma almeno con una busta paga a fine mese. Dove ancora le miniere non risentivano della crisi e degli scioperi degli anni ottanta. Dove il Wearmouth Bridge accoglieva il sempre maggiore volume di traffico cittadino. Il 5 maggio 1973, mentre il presidente della Federcalcio Inglese e il Duca di Kent salutavano le due squadre sotto le torri dell’ Empire Stadium, Sunderland era deserta. Coloro che erano rimasti a casa si incollarono a radio e tv per seguire la partita. Per le agenzie di scommesse non ci sarebbe stata partita. Troppo più forte il Leeds United. Troppo più smaliziata ed esperta la squadra di Don Revie che per ogni ruolo poteva permettersi di schierare un nazionale. Uno squadrone stellare temuto ovunque e che se nel campionato appena concluso era arrivato solo terzo, aveva raggiunto non solo questa finale di FA Cup ma anche l’atto finale della Coppe delle Coppe. Avrebbe sfidato il Milan di Rocco e Rivera a Salonicco, in una partita i cui echi risuonarono per molto tempo. Al 30° della prima frazione di gioco David Harvey il portiere del Leeds, alza sopra la traversa un pallonetto da quasi metà campo di Kerr. Dalla bandierina Billy Hughes scodella un pallone che carambola maldestramente sulle gambe di Halom, ma quel controllo approssimativo, permetterà allo scozzese Ian Porterfield, di battere violentemente a rete il goal dell’ 1-0. Sarà la rete che deciderà l’incontro, ma il momento decisivo è senza dubbio quello avvenuto a venti minuti dalla fine. Reaney mette in mezzo un pallone che Cherry gira verso la porta, ma Montgomery con un tuffo prodigioso dice di no deviando il pallone però nei piedi dell’accorrente Peter Lorimer. Sembra fatta per il Leeds, sembra che quel meraviglioso pallone color ocra debba placidamente terminare la sua corsa nelle capienti reti di Wembley. Ma il destino di quella partita è già stato scritto a favore del Sunderland e Montgomery riesce miracolosamente a intercettare la sfera che come impazzita carambola solo sulla traversa. E l’episodio che permetterà a capitan Kerr di alzare con orgoglio sul palco d’onore la coppa d’Inghilterra mentre nel cielo di Londra esplode l’urlo dei supporters biancorossi, e a Sunderland è festa grande. Al ritorno in città un autobus scoperto portò in parata gli eroi di Wembley da Carville a Roker Park, fra scene di genuino entusiasmo popolare. Ci riproveranno diciannove anni dopo. Ancora da squadra di seconda divisione. Ma il 9 maggio 1992 il Liverpool di Greame Souness si imporrà per 2-0 spegnendo i nuovi sogni di gloria dei black cats.

 

Simone Galeotti

La rivoluzione di Manchester

Oggi l’Fc United of Manchester è sinonimo, in tutto il mondo, di quel calcio alternativo di chi crede che i tifosi ancora possano dire la loro, che i clubs dovrebbero essere gestiti in armonia con la propria comunità e che esistano, soprattutto, cose più importanti dei risultati ottenuti sul rettangolo verde di gioco.

Ma come tutto questo ebbe inizio? La domanda è lecita.

Il rivoluzionario club di Manchester nasce nel 2005 subito dopo l’acquisizione del Manchester United da parte di Glazer e con la conseguente dura presa di posizione dei suoi tifosi. Cosa non nuova in quella città inglese… In passato, infatti, i tifosi dei Red Devils erano riusciti a contrastare, con successo, il tentativo effettuato da Murdoch di acquisire il loro club.

In quei giorni del 2005, in molti di loro esiste la concreta speranza che la stessa cosa si sarebbe potuta ripetere anche nei confronti di Glazer: ma questa volta la loro battaglia è destinata a fallire! Giorno dopo giorno, le cose sembrano precipitare: con l’arrivo del nuovo presidente si registra un consistente aumento dei prezzi dei biglietti e lo stadio viene ridisegnato per favorire l’ingresso dei tifosi occasionali, distruggendo così la leggendaria atmosfera dell’Old Trafford, che in tante occasioni era stata necessaria per vincere partite che sembravano destinate a terminare con un’ignominiosa sconfitta.

I tifosi capiscono che non è possibile trovare una qualsivoglia mediazione con il nuovo presidente e che è arrivato il momento di cercare un modo nuovo per tornare a vivere la loro passione.

Qualcuno di loro ricorda quando, nel lontano 1992, i tifosi del Northampton Town diedero il via ad una vera rivoluzione nel mondo del tifo, affermando che i tifosi, se messi alle strette, devono addirittura condurre una campagna contro il loro stesso club e che, soprattutto, hanno anche il diritto di acquisire una partecipazione al suo interno, per poterlo meglio controllare. Da questo fermento nacquero, nella metà degli anni 2000, i cosiddetti Trust che aiutarono i tifosi nell’acquisire quote azionarie dei loro club preferiti. In molti casi, i loro sforzi furono coronati da un insperato successo e club come l’Exeter City, il Brentford e lo York City videro il controllo di maggioranza gestito dai tifosi stessi.

Ma questo approccio potrebbe andare di pari passo con il successo sportivo?”. Questa era la domanda ricorrente che tanti tifosi si ponevano. Eppure solo pochi anni prima, nel 2002, i tifosi del Wimbledon FC si erano ribellati alla decisione presa del loro club di trasferirsi a Milton Keynes e avevano fondato, seduta stante, l’AFC Wimbledon, che in quel fatidico 2005, in poco tempo era riuscito a farsi strada nelle categorie della non-league, dimostrando che tutto ciò era possibile ed anche auspicabile.

Ispirati da questi esempi, i tifosi del Man Utd decidono di fondare un club di loro proprietà gestito in armonia con i loro desideri. Nel corso di pochi mesi, nella primavera del 2005, un comitato direttivo di quindici persone inizia a reclutare nuovi soci, a sviluppare un business plan, a trovare un posto dove giocare, ad elaborare uno statuto e a presentare una domanda alla FA per ufficializzare il nuovo club che si chiamerà: FC United of Manchester!

In maniera molto rapida, i tifosi riescono a raccogliere 180.000 sterline da circa 3.000 soci, un risultato che, di gran lunga, supera le loro aspettative più rosee. Qualcuno fa un grande investimento, ma la maggior parte dei tifosi acquista solo piccole quote.

La prima partita del club, un’amichevole a Leigh, si gioca a metà luglio. Sotto la guida di Karl Marginson, l’FC United di fronte a 2.500 tifosi ottiene un buon pareggio. La partita si conclude con una festosa invasione di campo (proibita all’Old Trafford) e i giocatori sono trasportati fuori dal terreno di gioco sulle spalle dei loro tifosi.

Dopo un’incredibile serie di promozioni durante i primi campionati, oggi l’FC United gioca nella National League North.  Ma il successo sul campo non è la sola cosa importante nella storia di questo rivoluzionario club, perché per molti dei suoi tifosi, tanto importante quanto le vittorie ottenute sul campo è il modo in cui sono gestite le cose.

L’FC United of Manchester non è la visione di un solo uomo ma, piuttosto, un veicolo per le speranze e i sogni dei tifosi, che hanno voce in capitolo. L’FC United è, soprattutto, un club della comunità perché non vende solo biglietti a prezzi contenuti, ma è anche pesantemente coinvolto nel mondo del lavoro, aiutando le persone svantaggiate della città, attraverso varie modalità.

Tanti anni fa, i club di calcio erano gestiti in sintonia con la tifoseria: ecco cosa stanno facendo i rivoluzionari di Manchester, stanno semplicemente riportando il calcio alle sue radici!

Per aiutarci a capire meglio la portata di questa storica rivoluzione calcistica, ecco le parole di Rick Simpson, uno dei primi fondatori del FC United of Manchester

 

– Come è nata l’idea di fondare l’FC United of Manchester?

Il 12 maggio 2005 la famiglia Glazer ha preso il controllo finanziario del MUFC, purtroppo si è trattato solo di un “leverage buy-out”, dato che il denaro per acquistare il club era stato preso in prestito in maniera tale che poi l’indebitamento fosse pagato dal club stesso. Poco a poco, io ed altri 1.000 tifosi della vecchia guardia, persone con la stessa voglia di cambiare, abbiamo iniziato ad alzare la voce contro questa acquisizione. Sulla scia della nostra protesta, molti tifosi, tra cui anche coloro gestivano la fanzine Red Issue, hanno pensato che l’unico modo positivo per reagire, era quello di creare un nuovo club di proprietà dei tifosi, dove ogni socio ha diritto di esprimere il suo voto a prescindere da quanto versa per divenire suo socio.

 

– Quanti tifosi vi hanno seguito fin dai primi giorni?

La prima stagione è stata un po’ “pazza” perché inizialmente molti tifosi dello United sono venuti al campo, soltanto per dare uno sguardo ma noi abbiamo cercato di coinvolgerli ricreando l’atmosfera che si respirava all’interno dello stadio nel 1970. Nel primo anno abbiamo ottenuto una media di circa 3.000 spettatori.

 

– I tifosi dello FC United non hanno amato Glazer, ci puoi spiegare il perché?

E’ vero che abbiamo continuato a vincere trofei …. Ma i prezzi dei biglietti sono aumentati del 50%, ed il costo medio di un abbonamento è aumentato di quasi 1.000 sterline, questo significa che molti vecchi tifosi della classe media, ormai, possono solo guardare le partite in un pub! I proprietari sanno che per mantenere lo stadio pieno devono almeno qualificarsi per la Champions League, in questa maniera 30.000 nuovi tifosi hanno sostituito quelli che non vanno più allo stadio, ma questi “nuovi” tifosi continuano a rimanere fedeli solo se ci si qualifica per la Champions League! I Glazer hanno una sola motivazione: guadagnare soldi e non si preoccupano se i vecchi tifosi ormai non possono più permettersi di sostenere il loro club.

 

– Quali sono le differenze tra una partita del Man Utd partita e un dello FC United?

Prima di tutto sono scomparsi, dal 1992, i settori in piedi nello stadio dello United, scomparsi in un sol colpo! Anche se al secondo anello della Stretford End c’è ancora un settore in piedi, a volte siamo buttati fuori dalla sicurezza per questo “crimine”. Nello stadio dell’FC United of Manchester, l’80 % dello stadio canta ad alta voce le vecchie canzoni del Man United insieme con quelle del nostro nuovo repertorio, un’atmosfera ben diversa!

 

– Come è cambiata l’atmosfera all’interno di uno stadio inglese dal ’70?

Il cambiamento è stato enorme! Se un tifoso venisse catapultato ai nostri giorni dal 1970, o dagli ’80 si sentirebbe … male. Ho amato la passione ed un pò di pericolo, allora ero giovane e stupido. Allo stadio del FC United ricreiamo la vecchia passione intonando i vecchi cori, ma senza la violenza di allora. Ora andare ad una partita di calcio in trasferta per i tifosi è quasi come visitare un teatro! Alla classe media, così come ai proprietari e alle autorità piace guadagnare tanti soldi senza avere problemi. Credo che, a volte, sia bello andare da qualche parte in trasferta e cantare per 90 minuti, cantare e urlare come un adolescente demente: la terra può essere un posto frustrante, ma mi sento meglio quando assisto ad una partita e posso usare la mia voce per strillare e cantare, cosa che non posso fare dove, ormai, si riesce a malapena a parlare!

 

– Il calcio moderno è fatto di prezzi elevati e di calcio televisivo, pensi che i tifosi possano cambiare questa tendenza in futuro? Lo stadio può tornare come in passato?

Tutto è nelle mani dei tifosi, italiani, inglesi, tedeschi, scandinavi etc. etc. che devono essere in grado di comunicare tra di loro senza la faziosità che li ha sempre divisi, cercando di costruire dei club di proprietà dei tifosi in ogni paese. Solo in questo modo sarà possibile cambiare davvero le cose … ma l’apatia … è una forza distruttiva! E’ stata davvero una decisione difficile per me e per gli altri 2-3.000 tifosi dello United allontanarsi dalla nostra “fede”, non vado all’Old Trafford dal 2005. Speriamo di poter vedere altri tifosi che avranno il coraggio di andare via e di ricreare un nuovo club solo per un principio, credo che possa accadere ancora ed accadrà …….. ma io sono un ottimista nato!

 

– Steve Evets l’attore protagonista del film: “Il mio amico Eric” interpreta il ruolo di un tifoso dello Fc, United, ci puoi dire qualcosa su di lui?

Steve è esattamente come il personaggio che interpreta: lui viene ancora nel bar gestito dai volontari, tra cui ci sono anch’io, prima di ogni partita per prendersi una birra, si fa una chiacchierata e poi sale sulle gradinate per sostenere i ragazzi. Un bravo ragazzo!

 

– Oggi l’Fc united ha costruito un nuovo stadio, un grande traguardo raggiunto.

Il Broadhurst Park, che deve il suo nome dal parco in cui si trova lo stadio, è stato inaugurato alla fine di maggio del 2015 e ha una capienza tra i 4.500-5.000 tifosi, la maggioranza in piedi e 800 seduti. E’ stato un lungo percorso con molti ostacoli, che abbiamo superato, sia finanziari, burocratici che logistici, ma grazie alla nostra caparbietà ora abbiamo un posto che possiamo chiamare casa.

In realtà, con sei milioni di sterline si sono completati due settori dello stadio mentre gli altri due lati necessitano ancora di lavori di completamento, ma la cosa più importante è che siamo riusciti ad inaugurare il nostro stadio ed ora possiamo affrontare tutte le sfide che si hanno quando si possiede una squadra di calcio e uno stadio.

La nostra organizzazione è ancora relativamente giovane e, naturalmente, non ancora perfetta, abbiamo una dirigenza eletta da 5.000 soci e noi ci dobbiamo preoccupare di controllare che mantengano il club autosufficiente finanziariamente e in linea con i suoi principi fondanti.

 

– L’amichevole contro il Benfica, un altro sogno realizzato.

Sì, è stata una grande notte, che noi tutti ricorderemo per molti anni. Abbiamo incontrato una squadra che noi tifosi più anziani ricordiamo fin dal 29 maggio del 1968, quando il nostro amato Manchester United, sconfiggendoli, vinse per la prima volta la Coppa dei Campioni. Anche se, naturalmente, i portoghesi hanno mandato giovani e riserve resta, sempre, una squadra ricca di storia e siamo stati molto onorati che abbiano deciso di partecipare alla nostra partita inaugurale.

 

– I tuoi progetti futuri?

Per quanto riguarda l’FC United continuerò a sottoscrivere il mio abbonamento stagionale e continuerò ad andare allo stadio insieme a Tom il mio figlio più giovane, che compirà 16 anni la prossima settimana. E’ un’enorme gioia poter condividere le emozioni, insieme, sia nella vittoria che nella sconfitta. Lui sta portando anche i suoi compagni di scuola, perché è consapevole che abbiamo bisogno di costruire la prossima generazione di tifosi. L’FC è quasi una scuola di formazione per entrambi i Manchester, per questo cantiamo le canzoni dei due club ad ogni partita. Più tifosi continueranno a seguire i due Manchester, il big United e il little United, più la leggenda continuerà.

Ho scritto un libro intitolato “Divided-Re United, è una storia che non parla di calciatori, ma dei tifosi che hanno seguito lo United, per un periodo di cinquant’anni dal 1966 al 2016. L’ho inviato ad alcuni editori, senza successo, e quindi non escludo che lo pubblicherò attraverso una piattaforma on-line. Continuo ad aiutare mia moglie nell’ altra grande passione della nostra vita che è quella di poter essere di aiuto non solo ai nostri figli ma anche a tante altre famiglie attraverso un’associazione che abbiamo creato nel 2005: http://www.space4autism.com

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Giorgio Acerbis tratto da Uk football stories  n.2

C’era una volta… Il Blackburn Rovers ‘94/’95

Giuseppe Platania

All’alba del 1991, Ewood Park era un vetusto impianto con tre tribune su quattro risalenti a diversi anni prima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli spettatori, dall’alto di questi spalti antiquati e decadenti, assistevano un po’ nostalgici e infreddoliti alle dolorose, ruvide partite di Second Division del loro Blackburn Rovers Football Club, una squadra impegnata, anno dopo anno, a lottare con i propri denti per sfuggire ad un destino di retrocessione che prima o poi, temevano, avrebbe pur dovuto compiersi. Ma non sapevano ancora, all’epoca, che le cose, per mano di un uomo, sarebbero presto cambiate. In meglio, per giunta.
Giusto per fare qualche esempio, non avrebbero di certo immaginato, nel 1991, che nel giro di pochi anni la loro squadra avrebbe infranto per ben due volte di fila il record britannico di trasferimenti acquistando a suon di milioni – per l’epoca, s’intende – giocatori come Alan Shearer e Chris Sutton; o ancora, non si sarebbero di certo sognati di vedere un Ewood Park completamente ricostruito e messo a lucido, o di assistere alla nascita, praticamente dal nulla, di un moderno centro di allenamento a Brockhall Village, nella Ribbie Valley, 11 km a nord di Blackburn. Ancor meno, in tutta onestà, avrebbero immaginato di rivedere il Blackburn Rovers sul tetto d’Inghilterra, quattro anni dopo, al termine di una stagione culminata con un duello a distanza, tra Rovers e Manchester United, che sicuramente avrà fatto perdere qualche anno di vita a chi l’ha vissuto direttamente. Anni di vita che, c’è da sottolinearlo, nessuno ha finora più reclamato. Perché è stato tutto talmente limpido e intenso, talmente forte e significativo, che certi ricordi, certe sensazioni, non li scambierebbero più per nessun’altra cosa al mondo. Succede solo una volta nell’esistenza di un tifoso, e per un tifoso del Blackburn Rovers è la cosa più bella che possa essere mai accaduta: eterna linfa vitale, dolci ricordi che definiscono un prima e un dopo nell’ordine delle cose.

L’uomo del Sogno ha un nome e cognome, che resteranno per sempre scolpiti nella storia del Blackburn: Jack Walker. Per tutti, simpaticamente ‘Uncle Jack’, Zio Jack. Un appellativo quasi di confidenza, che denota l’origine locale dello storico proprietario dei Rovers. Jack Walker è infatti è un uomo di Blackburn, nato e formatosi nel Lancashire. Ha lasciato la scuola a 13 anni per lavorare come operaio in un’azienda dedita alla lavorazione del metallo e, dopo la morte del padre, a poco a poco, ha cominciato a costruire il suo piccolo impero, la Walkersteel. Una creatura che nel giro di pochi anni si è imposta in un ruolo leader nel panorama dell’industria del metallo britannico. Insomma, un ‘local boy’ divenuto grande. Sempre nel suo Lancashire, nella sua Blackburn. La lungimiranza di Walker è stata tale che nel 1988, pochi anni prima della recessione in Inghilterra, l’industriale inglese ha deciso di vendere con una tempistica perfetta la Walkersteel alla British Steel Corporation, ad una cifra record per l’epoca. E’ in questi anni che matura l’idea di risollevare le sorti della squadra di football della sua città, il Blackburn Rovers, di cui è stato da sempre tifoso. Comincia a farlo, sempre nel 1988, donando gratuitamente i materiali edili necessari per la ristrutturazione della nuova Riverside Stand del vetusto impianto di Ewood Park. Finisce infine per acquistare tutto il club, nel 1991, cambiandone per sempre le sorti. Quella di Jack Walker non è la classica, moderna e poco romantica storia del magnate giunto da lontano interessato ad investire capitali nel calcio europeo per un profitto a breve termine. Situazione che, per altro, a parte poche illuminate eccezioni, sta creando disastri su disastri nelle varie divisioni inferiori del calcio inglese, con buona pace dei tifosi. Quella di Jack Walker – dal 1991 in poi, Zio Jack – è, al contrario, la storia fortunata di un ragazzo di Blackburn che, divenuto grande, ha voluto restituire qualcosa alla sua città. Una grigia città del nord che, prima del suo arrivo, aveva pochi motivi per sognare qualcosa di importante.

Per capire l’impatto che Uncle Jack ha avuto sulla storia del Blackburn Rovers, bisogna riavvolgere il nastro e tornare alla seconda metà degli anni ’80. I Blues and Whites vivono un periodo buio. Sfiorano la retrocessione dalla Second Division nella stagione 1985-86 e siccome le cose non sembrano prendere una piega migliore all’inizio dell’annata successiva, Bobby Saxton, a Natale, viene definitivamente esonerato dal club. A Blackburn giunge allora Don Mackay, che a poco a poco risolleva le sorti dell’undici del Lancashire, terminando la sua prima mezza stagione in dodicesima piazza. Per tre stagioni consecutive, anche grazie all’arrivo di giocatori del calibro di Ossie Ardiles, Steve Archibald e Frank Stapleton – secondo la leggenda, portati a Blackburn proprio grazie al contributo di Jack Walker, che già in quegli anni cominciava ad interessarsi alle sorti della sua futura squadra – i Rovers di Mackay arrivano in quinta piazza, sfiorando anno dopo anno la promozione. Promozione che si tramuta ufficialmente in maledizione quando, nel 1990, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, il Blackburn fallisce il play-off contro lo Swindon. A questo punto il malumore torna a regnare ad Ewood Park, ma è uno stato d’animo destinato a perdurare per brevissimo tempo, perché sta per entrare in scena Mister Jack Walker, per tutti Uncle Jack. L’imprenditore locale preleva ufficialmente il club nel gennaio del 1991. Correva l’anno calcistico 1990-91, un’annata di estrema sofferenza per un Blackburn Rovers irrimediabilmente scottato dalla sconfitta nei play-off della precedente stagione. Don Mackay fa il possibile per scongiurare la retrocessione e, sfruttando a dovere i fondi che Uncle Jack gli mette subito a disposizione, riesce a terminare in diciannovesima piazza: i Blues and Whites rimangono dunque in Second Division. Conclusosi definitivamente l’anno di transizione, Walker fissa subito gli obiettivi della sua gestione e non ha paura di esprimerli pubblicamente: il suo Blackburn dovrà tornare presto in Premier Division, ritagliarsi uno spazio all’interno dell’élite del calcio inglese e, nel giro di pochi anni, andare a competere con i migliori club europei. Dà quindi il benservito a Don Mackay e chiama a Blackburn niente meno che Kenny Dalglish, che ha appena concluso la sua esperienza vincente al Liverpool. Firma nell’ottobre del 1991, la data ufficiale dell’inizio del Sogno del Blackburn Rovers.

Il palmarès del Blackburn Rovers FC

Premier League: 1994-95
Division One: 1911-12; 1913-14
Division Two: 1938-39
Division Three: 1974-75
FA Cup: 1884; 1885; 1886; 1890; 1891; 1928
League Cup: 2002

Il manager scozzese ha fin da subito un grande impatto all’interno dello spogliatoio dei Rovers, ma se riesce a risalire la china della classifica è anche grazie all’aiuto dei nuovi innesti portati nel Lancashire da Jack Walker: Alan Wright dal Blackpool, Colin Hendry dal Manchester City, ma soprattutto Mike Newell dall’Everton, che insieme a David Speedie formerà una coppia d’attacco a dir poco micidiale per la categoria. A dicembre il Blackburn di Dalglish ha già agguantato la terza piazza della classifica, ma è solo nell’ultimo weekend stagionale, dopo alti e bassi primaverili, che i Blues and Whites conquistano un posto nei play-off, battendo il Plymouth Argyle per 3-1 con una super tripletta di Speedie. Siamo nel maggio del ’92, alla vigilia delle due partite più folli della storia recente del Blackburn, la doppia semifinale dei play-off contro il Derby County. Ad Ewood Park i Rovers non ci capiscono nulla per quindici minuti e i Rams sono già in vantaggio di due reti alla metà della prima mezz’ora di gioco. Fortunatamente, Scott Sellars trova la zampata vincente per accorciare lo svantaggio al 30’, dopodiché Newell riesce incredibilmente a pareggiarla poco prima dell’intervallo. Nella ripresa la doppietta di David Speedie manda i Rovers in paradiso e nonostante i brividi della semifinale di ritorno (sconfitta per 2-1 al Baseball Ground), il Blackburn di Dalglish vola a Wembley per giocarsi la Premier Division col Leicester City. Vincerà 1-0, grazie al rigore di Mike Newell, che permette al Blackburn, in quel magico pomeriggio soleggiato londinese, di divenire un membro fondatore della neonata Premier League.

Con la promozione, viene realizzato solo il primo grande sogno di Jack Walker: il secondo, a breve termine, era infatti il nuovo stadio. Dopo la finale dei play-off, nel giugno del ’92 viene data l’approvazione ai lavori del nuovo Ewood Park, che hanno portato, nell’arco di circa tre anni, alla costruzione di un impianto da 31,000 posti tutti a sedere, il cui fiore all’occhiello è rappresentato dalla mastodontica Jack Walker Stand, un capolavoro da 11,000 posti che ha rimpiazzato la vecchia Nuttall Street Stand e che ha preso il nome proprio dallo storico proprietario dei Rovers. Con un Ewood Park finalmente ammodernato e tirato a lucido, si prospettavano anni magici dalle parti di Blackburn, e a ragione. Conquistata la neonata Premier League, Uncle Jack provò fin da subito a tener fede alle sue promesse iniziali mettendo a segno un colpo clamoroso, al termine di un estenuante duello di mercato col Manchester United di Alex Ferguson: nel Lancashire arrivò infatti niente meno che Alan Shearer, sogno offensivo di squadre ben più blasonate del Blackburn, quali i Red Devils, appunto, e il Liverpool. Shearer si aggregò alla truppa di Dalglish al termine di una trattativa che divenne un vero e proprio tormentone dell’estate del 1992, reduce per altro da un Europeo con l’Inghilterra sottotono, fatto di una sola presenza nella fase a gironi e zero reti all’attivo. Fu infranto ogni record nelle logiche del calciomercato inglese: per l’esorbitante cifra – per quei tempi – di 3,6 milioni di sterline, infatti, l’ex-Southampton, a 22 anni, si accasò alla corte dei Rovers, che per giunta cedettero ai Saints, nel contesto della trattativa, David Speedie, per nulla felice di lasciare il Blackburn. Da quel momento in poi, i Rovers e Shearer divennero una cosa sola, un tutt’uno, un sogno meraviglioso che ancora risplende di luce propria nelle memorie dei tifosi di Ewood Park. La prima stagione in Premier League andò oltre ogni aspettativa. Il Blackburn Rovers, che giocava in quella splendida divisa targata Asics e sponsorizzata dalla birra scozzese McEwan’s, arrivò quarto, un punto dietro il Norwich City terzo (per comprendere l’importanza del traguardo, basti pensare che allora la terza piazza valeva il biglietto d’entrata in Coppa UEFA) e a tredici dal Manchester United campione d’Inghilterra. E pensare che questa meravigliosa annata Shearer non poté nemmeno godersela tutta: infortunatosi al legamento del crociato anteriore destro in dicembre, in un match di campionato contro il Leeds United, il ragazzo di Newcastle non andò oltre le 21 presenze, segnando comunque la bellezza di 16 gol. Ma c’era ancora tempo; stagioni più prospere e fiorenti si profilavano all’orizzonte: quei giorni erano fatti di un sapore che chiunque, a Blackburn, cominciava a pregustare con appagante attesa. Nella stagione 1992-94 si andò parecchio oltre. Quell’anno, infatti, il Blackburn lottò per il titolo con il Manchester United. Sebbene i Red Devils di Alex Ferguson occuparono la prima piazza per gran parte della stagione, in primavera il gap venne parecchio diminuito, ma la vittoria nello scontro diretto di Ewood Park (2-0, con superba doppietta di un ritrovato Shearer, che a termine stagione avrà realizzato un bottino complessivo di 34 centri) non bastò per sperare nel successo finale: il titolo di Campioni d’Inghilterra andò nuovamente alla corazzata di Alex Ferguson, ma il Blackburn arrivò secondo a otto lunghezze, ottenendo il piazzamento più alto della sua storia in 80 anni e, soprattutto, una storica qualificazione in Coppa UEFA, dopo averla solo sfiorata la passata stagione.

Zio Jack realizzò dunque il suo terzo sogno: entrare a far parte delle squadri più forti d’Europa. Si rese conto, allo stesso tempo, che per lottare per il titolo inglese e competere sui palcoscenici europei, sarebbe servito qualcosa in più. Un nuovo importante innesto, tanto per cominciare. Si scrisse ancora la storia del calciomercato britannico quando nell’estate del ’94 Chris Sutton si aggregò alla corte di Kenny Dalglish per la cifra record di 5 milioni di sterline, direttamente dal Norwich City. Il ragazzino di Nottingham, alla sola età di 21 anni, andò a formare una partnership d’attacco che rimarrà per sempre nella memoria del calcio inglese: la leggendaria ‘SAS’, ‘Sutton and Shearer’, una delle coppie più prolifiche, belle e romantiche della storia della Premier League. Quel Blackburn, però, non si limitava alla sola SAS. Kenny Dalglish poteva vantare di giocatori del calibro del terzino mancino Graeme Le Saux, del centrocampista David Batty, del capitano Tim Sherwood, del roccioso norvegese Henning Berg, del colosso scozzese Colin Hendry, nonché del già citato Mike Newell e di un giovanissimo Shay Given, ai tempi riserva del più esperto Tim Flowers. La stagione 1994-95 che stava per cominciare sarebbe rimasta per sempre scolpita nella memoria di tutti gli appassionati di calcio d’Inghilterra come una delle annate più belle e coinvolgenti di sempre. Il Blackburn cominciò quella stagione con la trasferta di Southampton, finita per 1-1. Chris Sutton si mise subito in mostra, sfiorando a più riprese il primo gol stagionale dei Rovers, ma sprecando il più delle volte sotto porta. Ci pensò dunque Alan Shearer, proprio su assist del suo compagno di reparto, a ristabilire l’equilibrio dopo che i Saints si erano portati avanti nel primo tempo con la rete di Nicky Banger. Poco male, perché appena tre giorni più tardi gli uomini del Lancashire ottennero una vittoria con stile contro il Leicester, per 3-0, ad Ewood Park. In quell’occasione fu proprio Sutton a mettere la firma sul primo gol casalingo della stagione, mettendo il primo tassello sui suoi 15 gol in campionato. Fu il primo di una serie di larghi successi, inframezzati solo dal pari a reti bianche in casa dell’Arsenal. La prima sconfitta, invece, giunse a Norwich, per 2-1, seguita, tre giornate più tardi, dalla disfatta casalinga nello scontro diretto contro il Manchester United. Fu un pomeriggio piuttosto controverso: i Rovers si portarono avanti con Paul Warhurst, ma allo scadere del primo tempo l’arbitro assegnò un discusso penalty allo United ed espulse il colosso norvegese Berg, permettendo ad Eric Cantona di pareggiare prima dell’intervallo. I Red Devils, in superiorità numerica, vinsero per 2-4 ad Ewood Park, ma il Blackburn reagì magnificamente alla batosta, infilando una serie strepitosa di 12 risultati utili consecutivi, di cui 1 pareggio e 11 vittorie, tra le quali, memorabili, il 3-2 rifilato al Southampton – con Shearer e Le Tissier protagonisti indiscussi della gara – e il 4-2 al West Ham United, sempre ad Ewood Park, con tripletta di Alan Shearer. La prima sconfitta dopo questo filone impressionante di vittorie, arrivò, guarda caso, all’Old Trafford, nella gara di ritorno contro il Manchester United, il 22 gennaio 1995: finì 1-0 per i padroni di casa, che vinsero grazie al gol di Eric Cantona all’80’. Tre giorni dopo proprio il francese, in un raptus di follia, concluse la sua stagione per squalifica in seguito al tristemente celebre assalto ad un tifoso di Selhurst Park, in una partita che lo United pareggiò per 1-1 contro i padroni di casa del Crystal Palace.

La classifica marcatori FA Premier League 1994-95

Gol Marcatori Squadra
34 Alan Shearer Blackburn
25 Robbie Fowler Liverpool
24 Les Ferdinand QPR
22 Stan Collymore Nottingham Forest
21 Andy Cole Newcastle/Man Utd
20 Jurgen Klinsmann Tottenham

 

Ormai non c’erano più dubbi: nonostante le due sconfitte negli scontro diretti, il Blackburn Rovers se la stava giocando ad armi pari con lo United per il titolo nazionale. Specialmente a partire da gennaio, quando il Newcastle United, ceduto Andy Cole ai Red Devils alla cifra record di 7 milioni di sterline, si auto-proclamò ufficialmente fuori dai giochi nella corsa al titolo. A partire dal nuovo anno fu il Blackburn a rimanere saldamente in sella alla testa della classifica. Per contro, il cammino nelle coppe fu a dir poco disastroso. Gli uomini di Dalglish non ebbero nemmeno il tempo di assaporare il gusto del calcio europeo che vennero eliminati nel primo turno di Coppa UEFA per mano degli svedesi del Trelleborgs. Neppure nei tornei nazionali andò meglio: non si superò infatti il quarto turno in Coppa di Lega, mentre la FA Cup si concluse al terzo, a vantaggio del Newcastle di Kevin Keegan. Poco male, perché ormai il Blackburn rincorreva a vele spiegate il sogno della Premier League: tirare i remi in barca, a quel punto della stagione, aveva poco senso. Più ci si inoltrava nella primavera, più diventava difficile mantenere i nervi saldi. Eppure, per impedire al Manchester United di conquistare il suo terzo campionato consecutivo, era necessario uno sforzo psicologico immane, oltre che fisico. La corsa alle fasi finali della stagione fu un duello serrato, sudato, sofferto. Tra febbraio e aprile, i Rovers infilarono un’altra serie di dieci risultati utili consecutivi, ma alla quintultima giornata arrivò una pesante sconfitta per mano del Manchester City, che vinse ad Ewood Park per 2-3. La reazione arrivò tre giorni più tardi contro il Crystal Palace, ma anche la penultima trasferta stagionale fu ostile agli uomini di Kenny Dalglish, che uscirono sconfitti da Upton Park con un secco 2-0. A due giornate dal termine il Blackburn era ancora in prima posizione, ma tutto sostava pericolosamente lungo il sottilissimo filo di un fragile equilibrio. Un altro passo falso e sarebbe stata la fine. L’ultima di Ewood Park, nella quale si registrò anche il record di presenze stagionale (30,545 spettatori ad assistere all’ultima casalinga dei propri beniamini) si concluse con un tiratissimo successo: 1-0 al Newcastle, ancora Shearer. La classifica, alla fine dei novanta minuti, recitava così: Blackburn Rovers 89, Manchester United 87. Ballavano due pericolosissimi punti tra le due compagini. Ora toccava andare ad Anfield, a giocarsela col Liverpool, mentre lo United era ospite del West Ham a Londra. La data è quella del 14 maggio 1995.

Fu una delle ultime giornate più folli ed esaltanti dell’intera storia calcistica moderna. Tutto era cominciato al meglio per il Blackburn: Alan Shearer aveva aperto le marcature al 20’ siglando il suo 37° centro stagionale, mentre il West Ham, dopo essersi fatto mettere sotto per mezz’ora da un grande United, aveva clamorosamente spezzato l’equilibrio di risultato con la rete di Michael Hughes al 31’. Tuttavia, nella ripresa, il contesto viene del tutto ribaltato. I Red Devils agguantano il meritato pareggio al 52’ grazie a Brian McClair, mentre a Liverpool i Reds annullano il vantaggio dei Rovers al 64’ con il gol di John Barnes. In questi istanti il Blackburn sarebbe campione, ma la pressione inferocita degli uomini di Alex Ferguson mette in forte apprensione tutti quei tifosi che con gli occhi sono ad Anfield e con le radioline ad Upton Park. Se lo United avesse vinto e il Blackburn pareggiato, i Red Devils avrebbero conquistato il titolo per una mera questione di differenza reti. Dopo una stagione così, sarebbe stato decisamente troppo per chiunque. Dal 64’ in poi, quindi, un filo rosso di paura, apprensione, ansia e frustrazione collegava invisibilmente gli spalti di Anfield e quelli di Upton Park. Qui, sotto la Bobby Moore Stand, è un vero e proprio bombardamento. Il protagonista assoluto è un ragazzo di un metro e novantuno proveniente da Prostejov, Repubblica Ceca: Ludek Miklosko, che ha difeso con onore i pali degli Hammers tra il 1990 e il 1998. Ma soprattutto, quel pomeriggio, ha tenuto vive e vegete le speranze dei tifosi del Blackburn, dato che il suo West Ham nulla più aveva da chiedere al campionato, parando di tutto ad Andy Cole e soci. Quando Jamie Redknapp, al 93’, punisce Tim Flowers mettendo la firma sul successo del Liverpool, l’agonia dei tifosi del Blackburn è allo stremo. Ad Anfield la gara è virtualmente finita da un pezzo; la tensione attanaglia le caviglie dei giocatori dei Rovers. Non importa la sconfitta, la testa è solo ad Upton Park, da dove si attende febbrilmente ogni minima notizia. A ogni parata di Miklosko, un brivido gelido scende lungo la schiena del popolo biancoblu. Si suda freddo. I secondi che passano perdono il loro significato; il tempo è un eterno indefinito e confuso.  Quando il triplice fischio risuona sugli spalti di Upton Park, tutto ritorna alla sua chiarezza originale. I tifosi del Lancashire esplodono di una gioia troppo intensa per essere capita, Kenny Dalglish viene sommerso dagli abbracci dei suoi giocatori. 81 anni dopo, il Blackburn Rovers è Campione d’Inghilterra. L’ultimo Sogno di Uncle Jack, che lascerà questo mondo cinque anni più tardi, si è realizzato nel più incredibile dei modi.

La rosa campione d’Inghilterra 1994-95

1 Tim Flowers – POR [Eng] 14 Lee Makel – DIF [Eng]
2 Tony Gale – DIF [Eng] 15 Richard Witschge – CEN [Ola]
3 Jeff Kenna – DIF [Irl] 16 Chris Sutton – ATT [Eng]
4 Tim Sherwood © – CEN [Eng] 17 Robbie Slater – CEN [Aus]
5 Colin Hendry – DIF [Sco] 20 Henning Berg – CEN [Nor]
6 Graeme Le Saux – DIF [Eng] 21 Paul Harford – CEN [Eng]
7 Stuart Ripley – CEN [Eng] 22 Mark Atkins – CEN [Eng]
8 Kevin Gallacher – ATT [Sco] 23 David Batty – CEN [Eng]
9 Alan Shearer – ATT [Eng] 24 Paul Warhurts – CEN [Eng]
10 Mike Newell – ATT [Eng] 25 Ian Pearce – DIF [Eng]
11 Jason Wilcox – CEN [Eng] 26 Frank Talia – POR [Aus]
12 Nicky Marker – DIF [Eng] 31 Shay Given – POR [Irl]
13 Bobby Mimms – POR [Eng]  

LE DEUXIEME ROI, TITÌ

Gioca sempre per il nome scritto davanti alla maglia e loro ti ricorderanno per quello che hai dietro”. La formidabile figura di Thierry Henry può essere riassunta in questa frase, che, come poche altre, fa capire che tipo di calciatore è sempre stato il francese per i tifosi dell’Arsenal (e non solo). Quattro titoli di capocannoniere in Premier League e ben due Scarpe d’oro (prima di Messi e Cristiano Ronaldo, solo lui riuscì a vincerla per due anni consecutivi), due Campionati inglesi, tre Coppe d’Inghilterra e due Community Shield con la maglia dei Gunners, una Ligue 1 e una Supercoppa di Francia con il Monaco, due Campionati spagnoli, una Coppa e una Supercoppa di Spagna, una Champions League, una Supercoppa europea e un Mondiale per club con il Barcellona, oltre ad un Mondiale ed un Europeo nel biennio d’oro (1998-2000) della nazionale francese (di cui è ancora lo storico capocannoniere, con 51 reti realizzate). Questi sono soltanto numeri, che riescono sì a dare un’idea del meraviglioso apporto tecnico sempre fornito dal centravanti gallico, ma che non possono certo essere usati come unico modo per elogiarlo. Henry è sempre stato tanto altro. Henry era potenza, quando decideva di calciare dal nulla, con veemenza, da ogni posizione, come contro il Manchester United. Henry era velocità, quando puntava il suo diretto marcatore nell’uno contro uno. E, quando decideva di farlo, riusciva 9 volte su 10 nel suo intento (come nel 3-0 contro il Tottenham, quando mandò al bar praticamente tutta la difesa avversaria). Henry era furbizia, come quando, nel bel mezzo di una discussione con l’arbitro circa la giusta posizione per battere una punizione, decise di calciarla (e segnarla) senza attendere il fischio del direttore di gara. Henry era precisione chirurgica: gli bastava guardare un angolo del sette per posizionare il pallone laddove nessun portiere ci sarebbe mai potuto arrivare con le mani e nessun altro giocatore con il semplice pensiero (come nello 0-2 contro il Blackburn oppure col destro a giro commentato, con tanto di risata “godereccia”, da uno dei suoi più grandi estimatori, Massimo Marianella). Henry è stato, per distacco, l’acquisto più azzeccato da parte di Wenger (lo stesso allenatore che lo fece esordire con la maglia del Monaco, dopo che Arnold Catalano ne scoprì le innate doti), di sicuro la sua maggiore fonte d’orgoglio da quando siede sulla panchina dell’Arsenal: è a lui che “Titì” deve il cambio di ruolo, da ala (soprattutto nella Juve di Ancelotti, dove fu chiamato, per la cifra record di 11,5 milioni di euro, per sostituire nientepopodimeno che Alessandro Del Piero, non riuscendo, però, ad esprimere quasi mai il suo indubbio ed immenso talento) a centravanti puro, prima al fianco di Bergkamp e poi come unico terminale in quel modulo (4-5-1) in grado di produrre un gioco così spumeggiante da portare i Gunners a giocarsi la Champions League, a Parigi, nel 2006. Quella finale fu la partita che mise in campo coloro i quali erano considerati (e come pensarla diversamente) i due più forti calciatori del momento: Henry e Ronaldinho. Due dei calciatori più influenti del terzo millennio, due leggende estremamente nostalgiche, due fenomeni dalla tecnica sopraffina, che hanno contribuito alla visione del calcio come pura forma d’arte. Henry, dopo aver terminato la sua esperienza all’Arsenal, ha provato il blasone blaugrana e la suggestione americana con i NY Red Bulls, ma il suo cuore biancorosso, pochi anni dopo, gli ha suggerito di tornare a casa, a Londra. Anche se, stavolta, il teatro delle gesta del numero 14 non è stato più il leggendario Highbury, salutato ufficialmente il 7 maggio del 2006 (Arsenal-Wigan 4-2), con la tripletta di Henry, la qualificazione in Champions League a scapito degli Spurs e l’indimenticabile bacio al prato verde da parte dell’asso francese. Ed è in quel bacio che si può racchiudere l’amore profondo, mai perduto, di Titì col suo Arsenal. E col suo tempio. E con tutti i fans che, a dispetto di ogni fede calcistica, si sono innamorati dell’arte del calcio grazie alle perle del secondo numero 14 più amato della storia del pallone.

Angelo Abbruzzese

IL CALCIO D’ANGOLO NON SARÀ MAI PIÙ LO STESSO

Ernest Edwards è un signore distinto sulla quarantina. Di professione fa il giornalista, sportivo per la precisione. Di football per vocazione. Per i calciatori è uno spauracchio: dalle colonne del Liverpool Echo, testata per cui intinge il calamaio, può esaltare una prodezza o evidenziare un errore. Può lanciarti in Paradiso o catapultarti agli Inferi. Il Purgatorio non esiste, Edward non è un fautore delle mezze misure, nè dei compromessi. Ha una certa autorevolezza ed anche un nemmeno troppo velato debole per l’Everton. Forse non ama apparire troppo in pubblico, se c’è un posto dove si sente al riparo quello è la tribuna stampa. Di Anfield o di Goodison. Quando scrive è acuto, arguto e puntiglioso. Ce l’ha proprio nel DNA la pignolitudine: se c’è una cosa che non tollera quelle sono le regole approssimative, i vuoti normativi che lasciano spazio a interpretazioni. Il 2 Ottobre 1924 ha sentito l’eco di un gesto inconsueto: l’Olimpico. E’ infatti il giorno dell’incredibile segnatura direttamente da corner di Cesareo Onzari. Un tocco, una parabola, velonosa e beffarda: una rete. Da incorniciare, da ricordare, da studiare. Edward che conosce i regolamenti come le sue tasche sobbalza sulla sedia. Non è possibile. Quelli che tengono in mano le regole del gioco, l’IFAB, hanno diposto in maniera diversa: non si può segnare un punto filato da azione d’angolo. Tra l’intersezione delle perpendicolari e la linea di porta deve, per forza, esserci un altro tocco. Altimenti non vale. E invece si può. Dal 1924 quei saputelli dell’IFAB hanno mutato le norme regolanti la funzione del calcio d’angolo. Addio all’obbligatorietà del tocco di un altro giocatore, benvenuto alla stoccata diretta in porta. Benvenuto all’Olimpico. Ma Edwards è puntiglioso, pignolo, scrupoloso. Mettere i puntini sulle i è un esercizio a cui non sa rinunciare. E ad uno così, uno come Ernest Edwards, non possono sfuggire le lacune della nuova normativa. I punti fallaci, le crepe, i coni d’ombra, le zone grigie. Le incertezze. Ma come dimostrarlo? Semplice. Basta chiamare un calciatore, uno tra quelli inseriti nel memorandum delle fonti, sommistrargli un piano e magari immolare anche due sterline alla causa per ammantare di appetibilità la proposta. Il prescelto è Sam Chedgzoy (Ellesmere Port, 27 gennaio 1889 – Montréal, 7 gennaio 1967), centrocampista dall’aria rusticana da quattordici anni sulla sponda blu del fiume Mersey. Da quando, da quel Boxing Day del 1910, appena prelevato dai dilettanti del Birnell’s Ironworks, debuttò con gli immancabili legacci a fiocco a cingerli i lembi superiori della divisa. Di strada ne aveva fatta davvero tanta fino a quel 15 Novembre 1924, giorno in cui l’Everton affrontava il Woolwich Arsenal. Giorno in cui decise di accettare l’allettante offerta di Edwards. Incassate le due sterline, non restava altro che mettere in atto quanto studiato a tavolino. La strategia messa a punto dal Sun Tzu scouser era abbastanza elementare: intendeva mettere in luce tutti gli effetti collaterali della nuova disposizione. Come tutti i sabati Edward prese posto in tribuna stampa. Si accomodò, depose penne e taccuini, sistemò la cravatta e si accese un pipa. Non era nervoso, forse soltanto un po’ ansioso. Non stava nella pelle. Mai come quella volta si sentì a suo agio tra la folla rumoreggiante. A Goodison ci veniva un sabato si e uno no, eppure non aveva ancora fidelizzato con gli spalti vigorosi e le pulsanti terraces dell’impianto scouser. Era troppo impegnato a crogiolarsi nella sua solitudine per accorgersi di quello che c’era aldilà del suo cantuccio. Il mondo esteriore, con le sue sfaccettature e sfumature, indefinitezze e incertezze, lo spaventava. Quasi lo terrorizzava. Almeno fino a quando la palla terminò in calcio d’angolo. Il primo della partita, su per giù dopo un quarto d’ora di gioco. E li che Edwards si alzò in piedi contro il suo essere orso. Abbandonò l’angusto monolocale dove, mentre affondava le fauci della critica su questo o quell’altro crist’in croce, aveva passato quintali di esistenza a rollare sigari ostentatamente criolli, lasciandosi dietro scartoffie e fobie. Non si voltò, nemmeno per un istante, bastò soltanto la tentazione di farlo a turbarlo. Se nasci tondo non puoi morire quadrato sembrò dire col suo incedere strascicato e quasi paralizzato dalle ombre che non la smettevano di pedinarlo. Ma non si fermò, proseguì, si abbassò soltanto la bombetta quasi a darla vinta ad un ultimo avamposto di timidezza. Arrìvo finò alle barriere di protezione, quell’ammasso di ruggine che dal cantuccio dove alloggiava pareva cedere ogni qual volta i Toffees andavano in rete. Ma poi resisteva, smentiva tutti, quasi a prendersi beffa dei menegrami spettatori. La terrace deve essergli parso il cortile di Satana. Nelle gradinate polverose, ricolme di giornali ammuffiti spiattellati quà e la dalle raffiche provenienti dal Sussex, si cantava, si ballava e si tirava. Non esattemente in questo ordine. Ma non importa, la proprietà commutativa deve valere anche da queste parti. Finalmente era lì, di Chedzgoy ne contemplava anche il neo sotto il labbro, tanto gli era vicino. Lo sventolio della bandiera calamitò l’attenzione del suo sguardo, il fischio sordo dell’arbitro mise sull’attenti i padiglioni. Ci siamo pensò tra sè e sè, sfregandosi idealmente le mani. Scrutò gli attimi e spalancò le orbite in attesa del suo momento. Quello che tanto stava aspettando. Chedgzoy non si tirò indientro, onorò i patti: sistemò accuratamente la sfera, fintò il passaggio al compagno e partì. Palla al piede dall’angolo alla porta. Pochi passi, tanta incredulità. Degli avversari, del pubblico, dell’arbitro, dei compagni. Poi di colpo la conclusione. Abbastanza risoluta, ma poco precisa, a scheggiare il palo. E poco importa se non arriva il goal. Edward da lassù se la ride. C’è riuscito, ha dimostrato ciò che voleva dimostrare. Ha messo spalle al muro l’IFAB. Che è costretta a rivedere ancora una volta la regola: si alla possibilità di siglare una rete direttamente da tiro d’angolo, ma introduzione del limite di un tocco per una battuta che non sia una conclusione. Grazie a Sir Edwards, da quel giorno, il calcio d’angolo non sarà mai più lo stesso.

La finale di FA Cup del 1953: Bolton-Blackpool

Bolton Wanderers: Hanson, Ball, Banks, Wheeler, Barrass, Bell, Holden, Moir, Lofthouse, Hassall, Langton. All: Bill Ridding

Blackpool: Farm, Shimwell, Garrett Fenton, Johnston, Robinson, Matthews, Taylor, Mortensen, Mudie, Perry. All: Joe Smith

Marcatori: Lofthouse 2′, Mortensen 35′, 68′, 89′, Moir 39′, Bell 55′, Perry 92′.
Arbitro: B.M. Griffiths di Newport

2
Calato il sipario sul campionato, proclamati i verdetti e archiviate promozioni e retrocessioni, l’attenzione degli sportivi albionici si concentra sulla finale di FA Cup. A contendersi l’ambito trofeo, giunto all’ottava edizione dopo il secondo “cessate il fuoco” mondiale, sono Bolton Wanderers e Blackpool. Entrambe le formazioni non hanno ben figurato in campionato: i Trotters, con trentanove punti racimolati, non vanno oltre un deludente quattordicesimo posto, mentre, i Seasiders, pur non incantando, riescono ad ottenere una comunque onorevole settima piazza. Se però in campionato  stentano, diversamente si comportano nella coppa nazionale. Ineccepibile e senza sbavature è il percorso in Fa Cup del Bolton: i Trotters mettono in fila nell’ordine Fulham, Notts County, Luton Town, Gateshead ed Everton. Non da meno si dimostrano i Tangerines: i ragazzi di Joe Smith, pionere del calcio britannico che, per ironia della sorte, era stato una bandiera del Bolton, si sbarazzano dello Sheffield Wednesday nel terzo turno, liquidano l’Huddersfield Town nella quarta tornata, la spuntano dopo uno scomodo replay con il Southampton al quinto turno, espugnano  Highbury, prima di regolare, al Villa Park di Birmingham, il Tottenham Hotspur in semifinale. Il 2 Maggio, a Wembley, negli spogliatoi si respirano umori diversi: il Blackpool, distratto dalll’impellente appuntamento con la storia, ha perso rovinosamente 5-0 l’ultima partita di campionato con il Manchester City; meglio ha fatto invece la truppa di Bill Ridding, tecnico con un passato da giocatore su entrambe le sponde di Manchester, capace di imporsi 2-3 al Sant James’s Park di Newcastle.
Il peso della pressione è tutto sulle spalle del Blackpool. I Tangerines, capitanati da Harry Johnston, duttile terzino che votò tutta la propria esistenza da professionista ai Seasiders, non possono nuovamente fallire: ci sono da riscattare le finali perse nel 1948 e nel 1951, quando, rispettivamente Manchester United e Newcastele posero fine al sogno del Blackpool. E di Sir Stanley Matthews, leader tecnico della squadra, nonchè autentica leggenda del calcio mondiale, ma con ormai trentotto primavere sul groppone: per il futuro vincitore, della prima pioneristica edizione del Pallone d’Oro, l’ultimo atto di FA Cup con il Bolton, ha tutte le sembianze dell’ultima occasione utile per sollevare al cielo un trofeo. O la va o la spacca. Per il Blackpool, bramoso di ornare la bacheca  con la prima FA Cup della propria storia, e per Matthews, voglioso di apporre la proverbiale ciliegina sulla torta di una carriera leggendaria.
Di diverso avviso il Bolton. Che per mandare a gambe all’aria i piani bellicosi dei Tangerines, può contare su un inviadibile parco attaccanti: l’innato fiuto del goal di Nat Lofthouse, i guizzi mortiferi di Harold Hassall e le scorribande di Bobby Langton, funambolica ala prelevata nel ’49 dal Preston, daltronde, raccomandano prudenza. Prima che l’arbitro, il signor. Griffiths da Newport, dia il via alle ostilità, si consuma il consueto cerimoniale. Tra la baraonda dei centomila di Wembley, il Principe Filippo, duca di Edimburgo, guadagna il cerchio di centrocampo e si affretta a salutare i protagonisti della gara. Una fugace stretta di mano, qualche parolina sussurata agli uomini in campo e tanti sorrisi. Poi, scortato e circondato da un cordone di guardie e da alcuni notabili delle federazione, riprende il suo posto in tribuna. Dove, cappello chiccoso in testa ed elegantissimo tailleur a tinta unita, siede anche la regina Elisabetta II[1], in odore di un incoronazione che sarebbe avvenuta un mese più tardi. Sotto lo sguardo attento della regnante e del proprio consorte finalmente la sfera inizia a rotolare sul terreno di gioco.
Sin dai primi rintocchi si intuisce che la gara non lesinerà emozioni e adrenalina: passano soltano due giri di lancette e i Trotters sbloccano il risultato: Nat Lofthouse, monumento dei biancoblu, si accentra e tira; la conclusione non è irresistibile, ma Farm, ingannato da un rimbalzo innaturale della sfera, è costretto a capitolare.  Galvanizzato dal vantaggio il Bolton insiste e in più occasioni sfiora anche il raddoppio: solo il palo impedisce il bis personale a Lofthouse. Scossi dal torpore iniziale, dopo la mezzora, anche i Seasiders cominciano ad affaciarsi dalle parti di Hanson. E al 35′ pervengono al pareggio: a ristabilire la parità è un tiro di Sten Mortensen, sporcato quanto basta da una deviazione avversaria. Nemmeno il tempo di gioire per il recuperato equilibrio che, quattro minuti più tardi, i Wanderers sono di nuovo avanti: Langton scodella al centro, capitan Moir si materializza alle spalle dell’imbabolata difesa arancione e con un colpo di testa di giustezza, vanifica l’uscita aerea di Farm. La folla soddisfatta dallo spettacolo, applaude, mentre la regina chiede lumi, confabulando amabilmente con il vicino di posto. L’intervallo dovrebbe servire ai Tangerines per riordinare le idee e rientrare in campo con un altro piglio.
Ma, all’inizio della ripresa, sono ancora i Trotters a timbrare il cartellino: Eric Bell, in campo nonostante un tendine del ginocchio in cattivo stato, svetta e porta a distanza di sicurezza la truppa di Ridding. Sembra finita per il Blackpool: l’ennesimo incubo sta per consumarsi. Sir Stanley Matthews però ha idee diverse. Si rimbocca le maniche e inzia a regalare scampoli di classe cristallina.
Il numero sette è indemoniato, percepisce il momento di difficoltà dei suoi compagni e suona la carica. Al 68′ tira fuori dal cilindro un’azione magnifica: ubriaca di finte il poco malleabile Barrass, s’invola sulla corsia destra e scodella al centro; Hanson  è poco reattivo nella presa, Mortensen è lì e non si fa pregare per infilare la palla in fondo al sacco. La partita è di nuovo in piedi. Nuovo giro di giostra: il Bolton è in preda al panico, il Blackpool comincia a crederci. E all’89’ viene premiato: è ancora Mortensen, unico calciatore capace di realizzare un hattrick in una finale di FA Cup, con un siluro su punizione, a castigare il Bolton.
Ma non è finita. Matthews non ha ancora terminato di stupire. E, a recupero inoltrato,  propizia la rete dell’impensabile sorpasso: fa ammattire nuovamente la catena di destra dei biancoblu, guadagna il fondo e mette al centro un velenoso rasottera; Perry si libera dai tentacoli di Banks e con un destro di prima intenzione consegna la prima FA Cup della propria storia al Blackpool. La scenaggiatura hollywoodiana è presto completata: gli undici uomini vestiti d’arancione ricevono trofeo e medaglie direttamente dalle falangi regali della regina Elisabetta.

Note:
[1] Secondo alcune fonti quella di Elisabetta II, sarebbe la prima presenza di un monarca sugli spalti per assistere ad una partita di calcio; altri invece sostengono, documenti alla mano, che questo singolare primato spetti ad un altro sovrano: secondo questa corrente di pensiero, Giorgio V, si sarebbe accomodato in tribuna per gustarsi Burnley-Liverpool, finale della FA Cup 1914.
Altre curiosita: nel febbraio 2010 gli stivali calzati da Matthews nella finale sono stati battuti all’asta per £ 38.400, mentre quattro anni più tardi, un altro prezioso cimelio è stato portato a casa da un acquirente rimasto riservato: il  collezionista, scucendo dal proprio portafogli ben £ 220.000, si è aggiudicato la medaglia conquistata del baronetto.

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Vincenzo Lacerenza