EMLEY DREAM

A Emley nevica. Il cielo si fa bianco, il tempo rallenta, tutto diventa silenzioso e freddo. Meglio cercare rifugio al White Horse, dove ti accoglie il rincuorante crepitare di un caminetto acceso, e un bancone di mescita in solido legno. Emley è poco più di un villaggio, un ex villaggio minerario, disteso alle pendici dei monti pennini non molto lontano da Huddersfield. A Emley abitano 1.867 persone stabilite dall’ultimo censimento. C’é un fornaio, tre macellai, un mercante di stoffe, una tabaccheria, un fabbro, un fabbricante di candele, e il pub. Naturalmente non poteva mancare un ufficio delle reali poste e negli ultimi tempi ha fatto la sua comparsa anche un supermercato. E poi c’è lei. La stazione trasmittente radiotelevisiva più alta d’Inghilterra. La chiamano in gergo “Emley Moor Mast”, una colonna in cemento armato che si erge nei cieli del West Yorkshire per oltre un chilometro e seicento metri.

Verso la fine del 1997 questo sonnolento borgo inglese fu improvvisamente catapultato sulle pagine dei giornali e letteralmente assediato da ingenti troupe televisive. Non si trattava di un nuovo cerchio nel grano né tanto meno, del ritrovamento del corpo di Re Artù. Molto più prosaicamente questa manciata di case strette intorno alla Chiesa di San Michele, l’aveva combinata bella. La sua squadra di calcio persa nei bassifondi della piramide inglese, era riuscita incredibilmente ad approdare al terzo turno della Coppa d’Inghilterra, e ora il 3 di gennaio sarebbe scesa a Londra a giocare contro lo West Ham United al Boleyn Ground, dove, non solo ovviamente i 1.867 abitanti di Emley potevano sistemarsi comodamente larghi, ma dove forse si sarebbe potuto infilare buona parte delle case del paesino.

Insomma tutti i principali quotidiani nazionali si recarono su al nord per visitare Emley e la maggior parte di loro, dopo aver visto il posto e il Welfare Ground, non credevano ai loro occhi. Come poteva questa piccola squadra, allenata dallo scozzese Ronnie Glavin, competere e impensierire il West Ham guidato da Harry Redknapp, ottavo in quel momento in Premiership. Un club vincitore tre volte della FA Cup, una volta della Coppa delle Coppe, dove un giocatore riceveva 10.000 sterline a settimana e vestiva tutti i giorni abiti firmati. Solo in FA Cup queste cose potevano accadere stranezze che si avverano, in una competizione che non ci stancheremo mai di definire davvero unica.

Eppure l’Emley AFC, a dire il vero non era del tutto un illustre sconosciuto. Il club era stato fondato ufficialmente nel 1903 con il nome di Emley Clarence FC, dal 1960 era iscritto con un certo successo ai campionati dilettantistici nazionali, e nel 1988 era anche riuscito ad arrivare a Wembley a giocarsi la finale del Vase dove però dovette cedere 1-0 al Colne Dynamoes.

Fatto sta che nei turni preliminari della FA Cup 1997/98 le “pewits”, che in italiano suona come pavoncelle, eliminano nell’ordine: Workington Town, Durham City, Belper Town, e Nuneaton Borough. Sembrava già un’impresa essere arrivati al primo turno, dove cominciavano a entrare in scena squadre professionistiche di terza e quarta divisione. Insomma poteva bastare così. Se sabato 15 novembre 1997 l’Emley fosse uscito con le ossa rotte da Morecambe, tutto sommato poteva anche starci. In paese avrebbero fatto una bella festa, qualche bevuta, e poi il lunedì successivo tutti a lavorare. E, in effetti, le cose non cominciarono per niente bene, il Morecambe segnò e chiuse il primo tempo in vantaggio. Se non che, nella ripresa un certo Ian Banks detto “Banger”, un ex giocatore di categorie superiori venuto a Emley a chiudere la carriera agonistica, mise a segno un calcio di rigore che fisserà il match sull’1-1, rimandando tutto al replay. Un incontro, quello disputato dieci giorni dopo, caratterizzato da sprazzi di pioggia e repentine incursioni di nebbia. In quell’atmosfera da letteratura gotica, già di per se carica d’adrenalina, non avrebbe impressionato nessuno nemmeno l’ingresso sul terreno di gioco di un cavaliere senza testa al galoppo. Tutti sarebbero rimasti concentrati ad osservare le azioni di gioco, ad applaudire alla doppietta di Glynn Hurst, e al centro di Garry Marshall. In un alternanza di emozioni incredibili fra tempi regolamentari e supplementari, che portarono la gara sul 3-3, e quindi alla lotteria dei calci di rigore nella quale l’Emley fu più preciso e fortunato dei suoi avversari, conquistando così il secondo turno.
L’avversario si conosceva già dopo il sorteggio effettuato al termine del primo match di Morecambe, ovvero il Lincoln City, che attendeva i petwits a Sincil Bank il 6 dicembre con malcelata soddisfazione. A non far scommettere nemmeno un penny sull’Emley ,servì sapere che all’incontro contro la squadra allenata dall’astuto e malizioso John Beck non avrebbero partecipato ne il capitano Banks ne il centrale difensivo Neil Lacey che si presentò con un paio di stampelle a causa dell’infortunio rimediato nell’ultima gara di campionato con il Solihull Borough. Una disfatta annunciata? No. Anche stavolta i clarets&blu non si scomporranno più di tanto di fronte alle folate offensive dei padroni di casa. Nemmeno il vantaggio quasi immediato degli Imps minerà le certezze dei ragazzi dell’Emley, tanto che prima della fine del primo tempo, Hurst da una quindicina di metri sbucando quasi dal nulla, infilò in porta il pallone dell’pareggio. I fuochi d’artificio però dovevano ancora arrivare. A sei minuti dalla fine un cross dalla destra di Hurst cadde nella zona di Deiniol Graham. Deiniol alzò gli occhi al cielo un po’ per ringraziare gli avi di averlo messo nel posto giusto al momento giusto, un po’ per capire come si sarebbe dovuto coordinare per colpire al meglio la sfera. L’impatto fu perfetto, e il portiere del City sfiorò solo leggermente la palla che terminò violentemente in rete per il visibilio dei fan dell’Emley. Solo che il calcio è maledettamente crudele, e da un abisso di felicità, si precipita nella depressione più cupa. E infatti, quasi a giochi fatti i padroni di casa troveranno un insperato pareggio sul quale Chris Marples non poté opporsi.

Certo, chi di Emley non avrebbe firmato per un pareggio prima della gara? Sicuramente tutti, ma per come si erano messe le cose c’era di che infuriarsi. In ogni caso i rimpianti adesso non servivano. Bisognava disputare un’altra partita con il Lincoln City, e l’Emley AFC lo avrebbe fatto a Huddersfield al McAlpine Stadium, poiché, il piccolo impianto locale non avrebbe certo sopportato la richiesta di biglietti e di sicurezza. Su Huddersfield nevicava. Quello del maltempo sarà un fattore che accompagnerà l’Emley anche a Londra e qualcuno azzardò che fosse il portafortuna della squadra. Intanto quella sera andò una meraviglia, in una partita non troppo adatta ai deboli di cuore. I novanta minuti si chiusero su uno scoppiettante 3-3 grazie alla marcatura di Hurst e soprattutto alla doppietta di Steve Nicholson. I tiri dal dischetto furono “l’interregno” di Chris Marples, e la precisione dei suoi compagni fece il resto. Emley 4- Lincoln City 3. Il villaggio andava a Londra. Nessuno ci credeva, sgorgò qualche lacrima, e partì il coro “we’re going to Upton Park”. Quella fu la più grande notte di sempre di questo club, e i giorni successivi in molti si stupirono di trovarsi fuori dal giardino le telecamere di Sky.

Il sabato londinese è maltempo allo stato puro. Un 3 di gennaio, soldato fedelissimo al Generale Inverno. Pioggia e vento flagellano la capitale. I tifosi dell’Emley furono sistemati sulla parte inferiore della Centenary Stand. Sono tanti, forse troppi, sicuramente più dei 1.800 che abitano il paese. Probabilmente qualcuno da Huddersfield e da Barnsley è sceso con loro a dare man forte. Lo West Ham iniziò la partita senza Steve Lomas (squalificato), e Andy Impey (infortunato), più John Moncur e Ian Bishop non in perfette condizioni e con Rio Ferdinand costretto a giocare in un ruolo di centrocampista a lui non troppo familiare. David Unsworth si mise la fascia di capitano degli Hammers per la prima volta e una certa emozione gli si dipinse sul volto. E l’Emley? I 26.000 del Bolyen osservano questo gruppo in maglia bianca da trasferta (per non confondere la propria divisa con quella quasi identica dell’West Ham) con una certa curiosità e perplessità. Poi non appena l’arbitro da il via alla gara sembra che le sette divisioni di differenza che intercorrevano fra i due club ci siano tutte, e forse anche di più. Subito una traversa di Paul Kitson, e cinque minuti d’orologio dopo Frank Lampard porta i “martelli” avanti 1-0.

Pare tutto facile, tutto fin troppo semplice, come da previsione del resto. Nel secondo tempo invece, è tutta un’altra storia. L’Emley, appare rinvigorito dalla pausa, quello stadio non fa più molta paura, nemmeno il West Ham appare una corazzata. ”Gli abitanti del villaggio”, composto di postini, venditori di assicurazioni e un vigile del fuoco tra gli altri, sconvolge l’intero stadio sulle conseguenze di un maldestro calcio d’angolo che gli Hammers non riuscirono ad evitare. Dalla bandierina Dean Calcutt indirizzò uno spiovente che impatta nella testa calva di Paul David. Craig Forrest cercò di smanacciare qualcosa, ma tutto tranne che il pallone. 1-1.

E sorprendentemente, sull’onda euforica del pareggio quelli del West Yorkshire si spingono coraggiosamente in avanti alla ricerca del colpo assassino, del Giant Killing epocale. Ma il loro eroismo non sarà premiato. Con solo otto minuti rimasti da giocare, Stan Lazarides serve un pallone telecomandato in area di rigore verso “il troppo smarcato” John Hartson, che di testa chiuderà il conto. A questo punto l’Emley appare visibilmente scosso, stanco e demoralizzato, ma al fischio finale, l’intero Upton Park si alzò ad applaudire questa squadra che era venuta fin qui a cercare un sogno.

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di Simone Galeotti

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